19 agosto 2020 14:54

Il problema della maggior parte dei libri (degli articoli e dei podcast) che parlano di “essere qui adesso” o di “vivere il momento presente” è che in realtà parlano d’altro. Come spesso si deduce dalle loro immagini di copertina (tramonti, fiori, cime montuose) parlano di come vivere i momenti belli del presente. E di solito lasciano intendere che, seguendo i loro consigli, fluttueremo beatamente attraverso la vita, godendo dei piccoli piaceri e scoprendo le meraviglie della vita quotidiana. In altre parole, parlano della persona ideale che potremmo essere se non fossimo inclini all’irritabilità, alla noia e alla tristezza. Quindi non hanno niente a che vedere con l’idea di vivere il momento presente. Spostano l’attenzione sulla fuga e sulla ricerca di un futuro migliore.

Ma tutto questo non si può applicare alla morte, ci ricorda la maestra spirituale Joan Tollifson nel suo ultimo libro Death. The end of self-improvement (La morte. Fine dell’automiglioramento). Già il titolo è un secchio di acqua ghiacciata in testa. La mortalità ci ricorda che le nostre fantasie di diventare prima o poi perfetti sono assurde, perché non è così che finirà il viaggio. Tutto quello che abbiamo, al posto di quell’immaginaria ascesa verso la perfezione, è una serie di momenti presenti, fino a quando, un giorno, non ne avremo più. E “quando il futuro sparisce”, scrive Tollifson, “prendiamo coscienza dell’immediato che forse abbiamo evitato per tutta la vita”. Se volete veramente essere qui adesso, lasciate perdere i fiori e i tramonti. Pensate piuttosto alla morte.

Forse è più dignitoso decidere di non fuggire da quello che è inevitabile

Tollifson lo fa, senza tirarsi indietro. Tra le altre cose, racconta i suoi incontri con la mortalità: la morte di sua madre, quella di alcuni amici intimi, e prosegue senza risparmiarsi con il resoconto della sua esperienza di invecchiamento: “La schiena che si curva, l’afflosciamento dei muscoli, i gonfiori, le rughe, il corpo rinsecchito”, e poi le colonscopie, il cancro e la chemio, il sangue dal retto e i sacchetti dopo la colostomia. A volte chi legge vorrebbe scappare. Ma non è una cosa negativa: tutto questo fa parte dell’esperienza. Non è bello. Ma qualsiasi approccio alla vita che volesse metterla tra parentesi come una sorta di errore, qualcosa di inammissibile, non prenderebbe atto delle cose come stanno veramente.

E Tollifson fa notare, almeno così ho capito io, che a rendere la vita così difficile è proprio il resistere alla realtà delle cose. Non pretende di dire che accettare le esperienze spiacevoli le rende meno spiacevoli (anzi, la sfida consiste proprio nell’accettare la loro indiscutibile sgradevolezza). Ma che invece – in un modo difficile da esprimere a parole – così smettono di essere un problema, e diventa possibile “metterci l’anima in pace su come stanno esattamente le cose, anche se a volte l’anima non è affatto in pace”. E cita il maestro zen Mel Weitsman: “Soffriamo perché pensiamo che ci sia una via d’uscita”. Possiamo essere liberi, anche se non esiste libertà dalle esperienze stesse.

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Tendiamo a dare per scontato, scrive Tollifson, che vivere una vita dignitosa “significa avere tutto sotto controllo, non essere mai sopraffatti dalle emozioni, non gridare né piangere di dolore, non perdere il controllo del nostro intestino, della nostra mente, e così via”. Ma forse è più dignitoso decidere di non fuggire da quello che è inevitabile. “La vecchiaia”, scrive, “è un viaggio verso l’inutilità, la perdita di controllo, l’essere nessuno e rinunciare a tutto”. La sfida è cercare di vedere quali nuove esperienze di decadimento e declino siamo capaci di accogliere, perché, comunque, prima o poi busseranno alla nostra porta.

Da vedere

In una serie di conferenze su YouTube, Joan Tollifson parla della libertà che ci dà essere “pronti ad accogliere tutto quello che si presenta in questo momento”.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.