(David Tipling, Getty Images)

Il mio mondo si esprime in una molteplicità di lingue

(David Tipling, Getty Images)
13 aprile 2019 10:04

Non ho mai scritto in una sola lingua. Quel che scrivo comincia sempre come un ibrido di tre lingue: spagnolo, francese e inglese. Non c’è una lingua dominante. Non c’è una lingua naturale unica, come non esistono un genere o una sessualità naturali e unici. Possiamo sempre imparare nuove lingue, come possiamo sempre imparare nuovi generi e nuove sessualità. L’egemonia dell’una o dell’altra lingua, dell’uno o di altri generi oppure di una o di un’altra sessualità, dipende dal contesto.

Prima di essere un testo la scrittura nasce come una polifonia inudibile, è prima di tutto impossibilità di comunicare. Ogni frase scritta in una lingua deve trovare un modo di comunicare con un’altra frase adiacente in un’altra lingua. La prossimità tra le parole le macchia, le contamina, le disfa. Il testo appare solo quando traduco due delle tre lingue in una di queste. La scrittura è il processo di edizione che permette al testo di diventare un’unità in una lingua travestita. This is the story of how my tongue goes mad in the body of three languages. Sometimes I doubt of every idea that comes to my mind. Am I even human in front of your eyes ? I regret to know most of the things that I know (1).

Ma questo multilinguismo non è neppure il risultato di una condizione originaria. Non sono nato in una famiglia bilingue e non ho imparato le lingue straniere alla scuola elementare. Ni siquiera el español me fue dado como lenguaje literaria y total. Aprendí a hablar en un dialecto pasiego del Valle de Mena en el que la gente silbaba tanto como hablaba y en el que las palabras acababan en u (2). Rurali e vicini alla terra, i miei antenati comunicavano di più e meglio con gli animali che con gli umani appartenenti alle società illuminate, conoscevano meglio l’arte di decifrare il vento che quella della dissertazione.

Quando scrivo non faccio attenzione alla lingua in cui lo faccio. La scrittura è un processo frammentario

I miei antenati non hanno scritto. Nella casa dove sono nato non c’erano libri. Non voglio dire che non ci fossero libri di cultura, sofisticati o letterari. No había ningún libro (3). Non c’era tempo per la lettura. E la scrittura si riduceva alla redazione di fatture e conti che mio padre effettuava alla fine della giornata di lavoro la domenica pomeriggio. Nevertheless, my father trained himself to have an exquisite handwriting, to draw the letters of his name in a flawless way. The written letter D of his long and italian sounding name was a declaration of principles, a statement of pride for someone who had never read a single book (4).

Nella scuola religiosa dove ho ricevuto la mia istruzione, il corso d’inglese non andava oltre un semplice avviamento. Durante il primo anno abbiamo imparato a dire girl and boy, rabbit and dog, pencil and rubber, sit and run. Abbiamo imparato il presente semplice e il presente continuo, ma non siamo mai arrivati al futuro né ai verbi con particella. La professoressa d’inglese era una suora che si vestiva in abiti laici e il cui viso, sicuramente colpito da un’allergia o da una psoriasi, era costantemente rosso e irritato. I wonder now if she knew how to say my skin is in rage against god or if she only knew how to say chica o chico, conejo o perro, lápiz o goma, sentarse o correr (5).

Quando scrivo non faccio attenzione alla lingua in cui lo faccio. La scrittura è un processo frammentario nel quale differenti parti del mio spirito parlano in lingue criptate al fine di non essere comprese dalle altre. Quando scrivo tre spie prendono possesso delle mie dita, ciascuna nascondendosi per dire quello che ha da dire senza che gli altri due gestori della parola possano impedirglielo. Queste sei mani che scrivono non appartengono a tre locutori monolingui, uno spagnolo, uno francese e uno inglese.

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Al contrario questi tre invitati si comportano fin dall’inizio come tre traduttori. Lo spagnolo parla francese per sfuggire all’ascolto della lingua materna. L’inglese parla francese per provocare la decostruzione prevista da Derrida, per disturbare l’alfabeto, rendere estraneo il verbo, disfare l’enciclopedia e riempirla di nomi di femministe nere. Il francese parla spagnolo per rinsaldare i suoi legami con la classe operaia, per diventare il figlio della custode e rubare la lettera “r” alla borghesia. Tutti e tre scrivono dunque in lingue bastarde, piene di movimenti irregolari e di accenti da tagliare col coltello. Questa bastardaggine è la condizione stessa della libertà che si crea nel testo multilingue. Altre volte è l’inglese che parla spagnolo per evitare di riprodurre il linguaggio fluido che ha imparato nelle università statunitensi. Lo spagnolo parla dell’esumazione di Franco in francese. L’inglese immagina la distruzione del regime patriarcale in spagnolo. Il francese dice in inglese di essere sopravvissuto all’infanticidio e che è solo adesso, che non gli resta quasi più tempo, che può imparare ad amare i suoi genitori.

Come accade a qualsiasi migrante nel mondo, il mio multilinguismo è il risultato di una lotta, di un’ascesa, di un volo. Ottenere una lingua, per i figli del sottoproletariato, è come avere un asso in mano durante una partita a carte. Aprender una lengua representa la posibilidad de ir más lejos en el juego o quién sabe, incluso de ganar (6). L’intertestualità del ventunesimo secolo è, prima di perdere la sua condizione di testo e di diventare qualcos’altro, sempre e obbligatoriamente multilingue. Il mondo non può più essere espresso in una sola lingua. Mentre algoritmi e immagini divorano tutti i dialetti del mondo, l’assemblea dei traduttori parla e la tastiera si muove.

Note

  1. Questa è la storia di come la mia lingua impazzisce nel corpo delle tre lingue. A volte dubito di tutte le idee che mi vengono in mente. Sono almeno umano ai vostri occhi? Rimpiango di sapere la maggior parte delle cose che so.
  2. Neppure lo spagnolo mi è stato dato come una lingua letteraria e totale. Ho imparato a parlare in un dialetto pasiego della Valle de Mena, nel quale si fischiava tanto quanto si parlava, e nel quale le parole finivano con la lettera “u”.
  3. Non c’era nessun libro.
  4. Ciò nonostante, mio padre si è allenato ad avere una grafia squisita e a scrivere le lettere del suo nome in maniera impeccabile. La lettera “d” del suo nome lungo e dal suono italiano era una dichiarazione di princìpi, un’affermazione d’orgoglio per una persona che non ha mai letto un solo libro.
  5. Mi chiedo oggi se sapesse come dire la mia pelle è furiosa con dio o se sapesse dire solo ragazzo o ragazza, coniglio o cane, matita o gomma, sedersi o correre.
  6. Imparare una lingua rappresenta la possibilità di andare più avanti nel gioco o, chissà, perfino di vincere.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano francese Libération.

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