26 maggio 2017 13:05

Negli anni ottanta Deng Xiaoping, il “piccolo timoniere” che era succeduto a Mao, aveva inventato la formula “economia di mercato con caratteristiche cinesi”, una sorta di neologismo per descrivere il capitalismo selvaggio che stava conquistando il paese.

Oggi bisognerebbe parlare di “globalizzazione con caratteristiche cinesi”. E anche se i commentatori si sono concentrati sugli incredibili investimenti che hanno accompagnato il recente vertice della “nuova via della seta” che si è svolto il 14 e il 15 maggio a Pechino, è soprattutto la strategia politica cinese che deve attirare l’attenzione.

L’ambizioso progetto lanciato nel 2013 dal presidente Xi Jinping ha modificato il suo nome barocco di “Una cintura una strada” (One belt, one road) in “Iniziativa della cintura e della strada” (Belt and road initiative) per sottolineare l’esistenza di più percorsi, via mare e via terra, in questa “via della seta” dei tempi moderni.

Ma il cambiamento nel nome indica un’ambiguità sulla natura stessa del progetto, nonostante i discorsi rassicuranti del presidente Xi Jinping sull’assenza di scadenze politiche.

Progetti di nuove vie della seta

Inizialmente si trattava soprattutto dello sviluppo, per decine di miliardi di dollari, di infrastrutture di trasporto e logistiche che avrebbero dovuto favorire gli scambi lungo la mitica via della seta del primo millennio, tra la Cina, l’Europa e anche oltre, verso l’Africa. E molti paesi, compresi quelli occidentali, si sono precipitati per non perdere l’occasione di ottenere dei crediti cinesi.

Osservatori distratti
Adesso questa iniziativa è diventata invece l’architettura di una globalizzazione economica che fa perno sulla Cina, in contrapposizione al mondo in cui viviamo oggi che ha come epicentro l’occidente, culla delle rivoluzioni industriali e sede delle grandi imprese che dominavano l’economia mondiale fino a poco tempo fa.

Senza proclamarlo in modo ufficiale, la Cina sfida questo ordine, approfittando del duplice fenomeno del riequilibrio dell’economia mondiale in favore dei paesi emergenti cominciato nel primo decennio del ventunesimo secolo, ma anche e soprattutto dell’era di protezionismo e di confusione nella quale sono entrati gli Stati Uniti, dominanti da più di mezzo secolo.

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C’è qualcosa di straordinario nel vedere la velocità con la quale la Cina si è affermata sulla scena internazionale. All’inizio degli anni duemila la Cina, che è entrata solo nel 2001 nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), è diventata un polo di investimenti esteri, trasformandosi in “fabbrica del mondo”, meta privilegiata di tutte le delocalizzazioni e del subappalto mondiale.

All’epoca pochi osservatori hanno fatto caso all’interesse di Pechino per il continente africano. Un interesse in grado di coinvolgere tutti i paesi del continente, come un tempo poteva fare un’ex potenza coloniale come la Francia. In quegli anni la Cina sembrava soprattutto intenzionata a garantirsi l’accesso alle materie prime, di cui è diventata il primo importatore mondiale.

Pechino rivendica il suo posto
Il 2008 ha rappresentato un punto di svolta al tempo stesso psicologico con lo svolgimento delle olimpiadi di Pechino, simbolo dell’affermazione di una Cina più sicura di se stessa, ma soprattutto con la crisi dei subprime che ha provocato grandi difficoltà alle economie occidentali e in particolare all’Europa, che ne sta faticosamente uscendo. Al contrario la Cina se l’è cavata, continuando il suo recupero accelerato che l’ha fatta diventare la seconda economia mondiale e ben presto la prima.

Durante questi 15 anni trionfali, che hanno progressivamente lasciato il posto a un’altra fase di crescita più debole, la Cina è passata dallo status di “fabbrica del mondo” nel quale l’occidente pensava di averla relegata, a quello di grande potenza capace di rivaleggiare con gli Stati Uniti, con il Giappone o con l’Europa. E tutto questo senza ridurre il suo autoritarismo politico, e visto che il regno di Xi Jinping sembra destinato a durare, è probabile che questo regime si riveli ancora più duro dei suoi predecessori più recenti.

Chi pensava negli anni duemila che la Cina si sarebbe accontentata del subappalto delle magliette a un euro, di montare gli smartphone degli altri o anche le automobili e gli aerei concepiti altrove, si è dovuto ricredere. La Cina rivendica il suo posto, il posto che spettava all’antico “impero di mezzo”.

La Cina ha capito che gli Stati Uniti attraversano una fase di confusione, se non di isolamento

Il primo volo del primo aereo di linea made in China (anche se la maggior parte dei suoi componenti, compresi reattori, sono prodotti da Airbus e Boeing) è simbolico di questa ambizione cinese di diventare una potenza globale di primo piano in tutti i settori.

L’automobile fornisce un altro esempio. Un decennio fa i gruppi cinesi erano i partner giovani delle imprese fondate insieme ai grandi gruppi occidentali; oggi sul mercato cinese – diventato il primo del mondo – questi gruppi battono le grandi marche mondiali e uno di essi ha salvato qualche anno fa Psa Peugeot-Citroën da gravi difficoltà ed è entrato nel suo capitale per il 14 per cento.

La visione è economica ma soprattutto geopolitica, diretta ad assicurare alla Cina quel ruolo dominante in Asia – da un punto di vista economico ma anche politico e militare – che finora occupavano gli Stati Uniti, e che ancora le contestano delle potenze regionali come il Giappone e l’India, o alcuni “piccoli” paesi preoccupati dall’influenza del loro potente vicino.

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Pechino vuole l’Europa accanto a sé
Ma le mire della Cina vanno oltre l’Asia e guardano al continente africano dove è diventata il primo partner finanziando infrastrutture senza le abituali condizioni delle grandi istituzioni finanziarie e che a sua volta viene utilizzato per le proprie delocalizzazioni in questa nuova fase della globalizzazione.

E guarda anche all’Europa, dove i crediti per le infrastrutture della “nuova via della seta” sono i benvenuti nei Balcani, che l’Unione europea non ha saputo o non ha potuto stabilizzare, o anche nella stessa Ue, nei paesi dell’Europa centrale e orientale corteggiati da Pechino.

La Cina ha anche inserito nel progetto “della nuova via della seta” la sua parte di finanziamento del nucleare britannico, nel quale si è impegnata a fianco del gruppo francese Edf.

Da anni gli Stati Uniti non sanno come trattare la Cina, divisi fra un “arginamento” tipo guerra fredda e un “impegno” per farne un partner. In pochi mesi Donald Trump ha adottato entrambe le strategie, passando dall’invettiva su Twitter a una vana luna di miele con Xi Jinping. La Cina ha capito che gli Stati Uniti attraversano una fase di confusione, se non di isolamento.

Nel frattempo l’Europa ha perso quella coerenza e quella dinamica che avrebbe potuto farne uno dei protagonisti di questa globalizzazione in via di ridefinizione. Ma paradossalmente la Cina non vuole veder scomparire questa Europa unita, al contrario del suo ambiguo partner, la Russia di Vladimir Putin. Pechino infatti non vuole affrontare da sola gli americani e preferirebbe avere un’Europa forte come contrappeso strategico.

Gli europei erano presenti al vertice di Pechino ma hanno rifiutato di firmare la dichiarazione finale a causa dell’assenza di trasparenza e di riferimento alle esigenze ambientali e sociali. Una piccola “resistenza” senza grandi ripercussioni, ma che mostra come questo processo non sia un semplice programma di infrastrutture senza impatto geopolitico.

Il vertice di Pechino è solo una tappa in questa ricomposizione globale. La Cina non è una potenza imperialista all’antica, ma un vecchio impero che adotta tempi lunghi; avanza passo dopo passo e senza grandi dichiarazioni di principio sta costruendo questa “globalizzazione con caratteristiche cinesi” che cambierà il mondo nel quale viviamo.

(Traduzione di Andrea De Ritis)