Hong Kong, il 27 aprile 2017. (Anthony Wallace, Afp/Getty Images)

L’amarezza di Hong Kong per le promesse mancate di Pechino

Hong Kong, il 27 aprile 2017. (Anthony Wallace, Afp/Getty Images)
28 giugno 2017 13:29

Nel 1997, durante il conto alla rovescia prima della restituzione della colonia britannica di Hong Kong alla Cina, il regista Wayne Wang aveva cominciato a girare il film Chinese box nel quale una storia d’amore, un tumore e la partenza dei britannici sarebbero culminati nell’apoteosi del 1 luglio.

Il regista infatti aveva previsto di terminare il film in mezzo alle inevitabili tensioni dovute al ritorno di Hong Kong nell’orbita della madrepatria cinese – e comunista.

Purtroppo per Wang il 1 luglio 1997 è stato un giorno di festa a Hong Kong, caratterizzato da grandiosi fuochi d’artificio nella magnifica baia dopo la partenza del principe Carlo sullo yacht reale con la Union Jack piegata sotto il braccio. E un difetto del film con Jeremy Irons e Gong Li è proprio la mancanza di intensità drammatica.

Gli abitanti della città non erano stati contagiati da un’improvvisa febbre patriottica, anzi, ma si sentivano rassicurati dal negoziato concluso tra Margaret Thatcher e Deng Xiaoping nel decennio precedente e che si riassumeva nella geniale formula “un paese, due sistemi”, ovvero che Hong Kong tornava a essere parte integrante della Cina dopo 150 anni di parentesi coloniale senza però dover cambiare le sue leggi, il suo stile di vita e quindi la sua libertà per i successivi cinquant’anni.

Ma a distanza di vent’anni gran parte degli abitanti della città si dice delusa. È vero, non ci sono stati i carri armati cinesi come a piazza Tiananmen e come qualcuno poteva temere, ma si è assistito a una lenta e graduale erosione delle libertà, a tal punto che gli abitanti parlano ormai di “un paese, un sistema e mezzo”.

Questo malumore non impedirà al numero uno cinese Xi Jinping di venire a celebrare il 1 luglio a Hong Kong l’anniversario del successo storico che vendicava un secolo e mezzo di “umiliazione” britannica, dopo lo scontro con il Regno Unito nel diciannovesimo secolo e la perdita di questo piccolo territorio situato all’estremità meridionale della Cina. Un pezzo di Cina occidentalizzato e che per molto tempo ha sfidato la rivoluzione cinese con la sua ricchezza e la sua libertà.

Nel 1997 i mezzi d’informazione britannici si chiedevano se con il tempo sarebbe stata la Cina a influenzare Hong Kong o se invece quest’ultima, con la sua economia liberale, la sua società ordinata e la sua assenza di corruzione, avrebbe influenzato la Cina. Si trattava di una domanda lecita nel 1997, quando la Cina usciva dal trauma del massacro di Tiananmen e cominciava appena a emergere come quella “fabbrica del mondo” che sarebbe diventata realmente con la sua entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001.

Gli abitanti dell’ex colonia britannica hanno perso la battaglia fatta dai giovani con la rivoluzione degli ombrelli nel 2014

Ma oggi è evidente che ha vinto la cultura politica della Cina continentale, quella del Partito comunista cinese (Pcc), anche se l’apparente autonomia rimane intatta e anche se Hong Kong rimane uno spazio di relativa libertà, sempre “business friendly”.

Un esempio di questo “microclima” è quello del 4 giugno scorso quando decine di migliaia di abitanti della città hanno potuto commemorare pubblicamente l’anniversario della strage di Tiananmen, mentre dall’altro lato della frontiera tutto ciò è strettamente vietato.

Gli abitanti dell’ex colonia britannica hanno però perso una battaglia decisiva, quella fatta dai giovani del territorio con la “rivoluzione degli ombrelli” nel 2014, che chiedevano il diritto di eleggere liberamente i loro dirigenti mentre oggi il capo dell’esecutivo del territorio è designato da un collegio elettorale sulla base di una lista di candidati approvata da Pechino. Il potere cinese non ha voluto cedere.

Di fatto questi ragazzi sono abbastanza sorprendenti. Si tratta infatti della prima generazione nata sotto la sovranità cinese e quindi teoricamente non influenzata dal contesto coloniale, eppure sono proprio loro a essersi ribellati.

Un recente documentario, Joshua, teenager vs superpower (Joshua, l’adolescente contro la superpotenza) di Joe Piscatella, traccia la traiettoria di Joshua Wong, un ragazzo di 14 anni che ha preso la testa del movimento di sfida alle autorità nominate da Pechino, prima per opporsi a un programma di “corsi patriottici” a scuola, che non sono riusciti a far annullare, poi organizzando la “rivolta degli ombrelli”.

Joshua e il gruppo di amici della sua età rappresentano il principale fallimento di Pechino nel territorio, cioè aver trasformato questa generazione in ribelli mentre sulla carta avrebbe dovuto essere la più disponibile.

Un sistema unico in arrivo
Ma per vincere non basta ribellarsi, animati da un forte idealismo e sostenuti da una parte della popolazione. Per Pechino era impensabile che questa rivolta pacifica potesse avere la meglio; sarebbe stato un cattivo esempio per il Tibet o lo Xinjiang che vi avrebbero visto la prova che la rivolta di piazza può vincere; sarebbe stato un cattivo esempio anche per Taiwan, l’isola “ribelle” che Pechino spera un giorno di riportare, con le buone o le cattive, sotto il suo controllo.

Di fatto il rapporto di forza è sempre più sproporzionato poiché Pechino ha sempre meno bisogno di Hong Kong e quindi non ha alcuna necessità di fare delle concessioni a questi “ragazzi viziati”.

Ancora 20 anni fa Hong Kong era lo snodo di entrata verso la Cina meridionale e le sue migliaia di fabbriche, la regione da cui partiva un terzo delle esportazioni cinesi verso l’estero. Oggi il Guangdong, la vicina provincia cinese, è diventato una vera e propria potenza dotata del più grande aeroporto dell’Asia, di un porto gigantesco, di una piazza finanziaria e del sostegno politico di Pechino.

Allo stesso modo la piazza finanziaria di Hong Kong, un tempo indispensabile, sta progressivamente cedendo il suo posto a Shanghai, che è al centro di tutte le attenzioni e si sta affermando a tal punto da avere anche lei, come l’ex colonia britannica, una sua Disneyland.

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La questione di sapere chi avrebbe influenzato l’altra è stata risolta con la spettacolare affermazione della Cina, seconda potenza economica mondiale e il cui potere, soprattutto sotto la mano di ferro di Xi Jinping, non cede di un millimetro ai richiami della libertà.
Così mentre Xi Jinping si reca a Hong Kong per festeggiare il ventesimo anniversario della partenza dei britannici, saranno probabilmente cancellati i segnali di dissidenza, anche se forse non tutti.

Nel 2004 un cellulare aveva miracolosamente filmato un tempestoso incontro tra l’ex presidente cinese Jiang Zemin e un gruppo di giornalisti di Hong Kong. Il leader cinese si era arrabbiato per l’impertinenza e “l’ingenuità” dei giornalisti locali e li aveva duramente criticati.

Il messaggio è stato capito, e con Xi Jinping non vi saranno domande impertinenti. Inoltre per maggiore sicurezza il grande giornale anglofono di Hong Kong, il South China Morning Post, è stato comprato da Jack Ma, il miliardario cinese proprietario di Alibaba.

Una situazione che dovrebbe confermare il giudizio degli abitanti della città a proposito di “un paese, un sistema e mezzo” in attesa dell’arrivo, un giorno, di un solo e unico sistema, quello di Pechino.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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