Il lancio del missile Hwasong-14 trasmesso su uno schermo nei pressi della stazione di Pyongyang, in Corea del Nord, il 29 luglio 2017.

Nuovo braccio di ferro con la Corea del Nord

Il lancio del missile Hwasong-14 trasmesso su uno schermo nei pressi della stazione di Pyongyang, in Corea del Nord, il 29 luglio 2017.
08 agosto 2017 12:33

Ancora una volta, la copertina della rivista britannica The Economist riassume perfettamente una questione complessa. Nell’immagine si vede un “fungo” atomico alzarsi in aria e formare due volti che si osservano con sospetto: quello del nordcoreano Kim Jong-un e quello dello statunitense Donald Trump. Il “fungo” è made in Corea, del nord naturalmente, ed è un prodotto degli insondabili ragionamenti del suo capo Kim Jong-un. Al di sopra dell’immagine troneggiano tre semplici parole: “It could happen”, potrebbe succedere.

Tra tutti i possibili rischi che corre un pianeta dove non ne mancano, una guerra a causa del nucleare nordcoreano è la più probabile. A ogni nuovo test atomico o lancio di missili balistici nordcoreani ho scartato per lungo tempo l’idea che un conflitto fosse possibile, anche quando altri commentatori dipingevano scenari da terza guerra mondiale.

Adesso però ci troviamo di fronte a Donald Trump, un presidente tanto digiuno di geopolitica quanto impulsivo e imprevedibile, e al rafforzamento di Xi Jinping, il più potente dirigente cinese degli ultimi anni, divenuto numero uno del Partito comunista cinese nel 2012, e che si appresta a ottenere un secondo mandato di cinque anni il prossimo autunno.

Una sconfitta per tutti
Anche l’Economist ipotizza uno scenario di guerra, fondato proprio sulla coincidenza tra le provocazioni di Kim Jong-un e il desiderio di mostrare i muscoli di Donald Trump. Il settimanale prevede esiti infausti, con un attacco punitivo statunitense sugli impianti militari nordcoreani e un conseguente attacco nucleare di Pyongyang sul suo vicino meridionale, seguito a sua volta da una risposta nucleare americana nei confronti del Nord, con l’uccisione di Kom Jong-un ma anche di centinaia di migliaia di civili. Come sottolinea la rivista, “sarebbe una sconfitta per tutti”.

Questo catastrofico scenario, in cui si assisterebbe al primo ricorso alle armi nucleari dai tempi di Hiroshima e Nagasaki nel 1945 (relegate poi al rango di strumenti di dissuasione), può apparire estremo, ma per la prima volta non è totalmente irrealistico. Innanzitutto perché la Corea del Sud ha compiuto dei reali progressi nell’uso delle armi nucleari e anche delle tecnologie balistiche. Ma anche perché la situazione attuale prevede solo esiti nefasti, e il rischio è che a prevalere sia il peggiore.

Gli americani possono legittimamente sentirsi minacciati da un paese che ogni giorno professa il suo odio nei confronti degli Stati Uniti e si avvicina pericolosamente al momento in cui sarà in grado d’installare una testata nucleare su un missile capace di raggiungere la costa ovest degli Stati Uniti. Oggi è già in grado, o quasi, di colpire degli obiettivi vicini come la Corea del Sud o il Giappone, nonché le basi statunitensi che si trovano in questi paesi, e perfino quelli un po’ più distanti, come le Hawaii, un territorio statunitense.

In un primo momento Donald Trump ha pensato di poter demandare alla Cina la soluzione del problema del nucleare nordcoreano

All’inizio dell’anno Donald Trump ha twittato, dopo un primo test missilistico nordcoreano, “it won’t happen” (non succederà). Un’affermazione che oggi fa molta fatica a tradurre in azioni concrete, tanto più che le parole aggressive dei suoi tweet hanno il potere di suscitare in Kim Jong-un la voglia di andare avanti nei suoi propositi, rendendolo certo di aver ottenuto l’attenzione di quello che è ritenuto l’uomo più potente al mondo.

In un primo momento Donald Trump pensava di aver trovato una soluzione semplice a un problema complicato, lasciando alla Cina il compito di occuparsi del nucleare nordcoreano: era aprile, nel quadro idilliaco di Mar-a-Lago in Florida, credeva di ammorbidito il suo “nuovo amico” Xi Jinping, tra una portata e l’altra, e grazie soprattutto al lancio di missili sulla Siria, annunciato al suo interlocutore cinese al momento del dolce.

La strategia asiatica di Pechino
Dopo l’entusiasmo iniziale, Donald Trump ha nuovamente espresso via Twitter la sua delusione per il rifiuto della Cina di usare davvero la propria influenza per ricondurre alla ragione Pyongyang. Questo nonostante Pechino abbia votato insieme a Washington a favore delle nuove sanzioni contro la Corea del Nord al Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Quel che evidentemente Donald Trump fatica a comprendere, è che la Cina inserisce la Corea del Nord all’interno di una visione d’insieme della sua strategia asiatica, e non come un problema isolato. Il che spiega perché, pur avendone i mezzi, dato che è il solo punto di transito del carburante e per i rifornimenti della Corea del nord, Pechino rifiuti d’infierire su un paese che pure non considera più un alleato da tempo. Questo nonostante l’esistenza di un trattato d’amicizia, di cooperazione e di mutua assistenza tra i due paesi firmato nel 1961, all’epoca di Mao Tse-Tung. Il quale, ricordiamolo, perse un figlio durante la guerra di Corea tra il 1950 e il 1953 e nella quale furono impegnati un milione di “volontari” cinesi.

La Cina si sente oggi abbastanza forte da poter rivendicare un ruolo di potenza dominante in Asia, come hanno fatto gli Stati Uniti dal 1945. Pechino lo considera semplicemente un giusto ritorno alla normalità delle cose e la fine di una parentesi di più di 150 anni cominciata con l’arrivo degli europei, che mise fine al dominio dell’impero cinese sul continente.

Secondo questa visione, occorre evitare che gli Stati Uniti approfittino di un eventuale crollo del regime nordcoreaneo, seguito da una riunificazione sotto l’egida di Seoul economicamente più forte, che permetterebbe agli americani di estendere la loro influenza su tutta la penisola. O addirittura, incubo di Pechino, espandere la loro già forte presenza militare forte in Corea del Sud, fino alla frontiera terrestre con la Cina.

Ponti vecchi e nuovi
Nella città cinese di Dandong, separata quella nordcoreana di Sinuiju dal fiume Yalu, principale punto di passaggio tra i due paesi, i cinesi hanno conservato, per mantenerne vivo il ricordo storico, la carcassa di un ponte metallico distrutto da un bombardamento statunitense durante la guerra di Corea. Accanto a esso è stato costruito un ponte moderno, ma l’antico è diventato una reliquia dal chiaro significato politico.

Un mio amico, fine conoscitore degli umori dei dirigenti cinesi, ha scommesso che in caso di azione militare statunitense contro il regime nordcoreano, la Cina dispiegherebbe le sue truppe in Corea del Nord (forse perfino lungo il trentottesimo parallelo, quello che separa le due Coree dai tempi dell’armistizio del 1953) per evitare il crollo del regime di Pyongyang, indipendentemente dal disprezzo che provano per il suo leader.

Cosa può fare quindi Donald Trump? Può ignorare tutti questi elementi e considerare che i cinesi accetteranno come un fatto compiuto l’unilateralismo di cui gli statunitensi hanno dato ampia prova in passato, ma a suo rischio e pericolo. I suoi generali e il suo capo della diplomazia, Rex Tillerson, sono chiaramente contrari, ma la tentazione è forte per il presidente degli Stati Uniti che, frustrato su molti altri “fronti”, è alla ricerca di un successo che gli appare “facile” in questa parte del mondo che poco gli interessa.

Le differenze con il nucleare iraniano
Oppure può intraprendere una via diplomatica, già tentata senza successo in passato ma che resta il modo migliore di risolvere problemi di questo tipo. Dopotutto, nella questione iraniana sono serviti molti anni di trattative ai negoziatori del gruppo P5+1 per arrivare a un accordo, che peraltro oggi Trump vuole cancellare. Tanto più che, a differenza dell’Iran, la Corea del Nord possiede già l’atomica e un accordo non farebbe altro che inquadrarne e regolamentarne l’uso, rendendola quanto più inoffensiva possibile (ammesso che la cosa sia possibile).

Dai tempi di Bill Clinton, ogni presidente degli Stati Uniti ha tentato di trattare con i nordcoreani. La segretaria di stato Madeleine Albright aveva persino festeggiato in uno stadio di Pyongyang, in un momento in cui le trattative sembravano positivamente avviate. Ma i nordcoreani non hanno mai rispettato il loro impegno di smettere di lavorare all’arma nucleare, supponendo che gli statunitensi, da parte loro, non avessero rinunciato all’idea di un “cambio di regime, il rovesciamento del clan Kim a Pyongyang.

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Se un accordo ci sarà, dovrà rispondere a varie preoccupazioni, alcune delle quali di ordine politico e giuridico, come il chiudere definitivamente lo stato di guerra ereditato dal 1953. Finora non c’è mai stato un trattato di pace, ma solo un armistizio. Altre preoccupazioni sono di natura geopolitica, come il ruolo che dovranno assumere rispettivamente gli Stati Uniti e la Cina nel contesto asiatico. Altri infine sono di ordine psicologico, come la convinzione, da una parte e dall’altra, delle cattive intenzioni dell’altro.

Il problema, come osserva l’analista australiano Michael Wesley dell’Australian national university, è che “Trump non ha, e di sicuro non avrà mai, alcuna politica asiatica”. Si tratta indubbiamente di un grosso ostacolo. E Wesley sottolinea che “Trump osserva l’Asia in maniera diversa rispetto a ciascuno dei suoi predecessori dai tempi di Theodore Roosevelt. Laddove questi vedevano l’Asia come fondamentale per il benessere degli Stati Uniti, Trump ritiene che l’Asia si sviluppi sfruttando la generosità statunitense”. Questa visione, o meglio mancanza di visione, secondo Wesley fa entrare l’Asia in un’era “postamericana”, spingendo i paesi del continente a mostrarsi più accomodanti nei confronti della potenza emergente cinese.

Al di là delle eccentricità di Kim Jong-un e dei reali pericoli del nucleare nordcoreano, è questa la realtà che sta dietro al braccio di ferro ingaggiato con Donald Trump. Ed è questo che rende oggi questo potenziale conflitto il più pericoloso al mondo. Oltre che plausibile la profezia della copertina di The Economist, nella speranza che essa non sia probabile.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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