Una protesta a Teheran, in Iran, contro il discorso di Donald Trump sull’accordo nucleare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 22 settembre 2017. (Atta Kenare, Afp)

Solo l’Europa può fermare le minacce di Trump sul nucleare iraniano

Una protesta a Teheran, in Iran, contro il discorso di Donald Trump sull’accordo nucleare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 22 settembre 2017. (Atta Kenare, Afp)
05 ottobre 2017 12:38

Nei prossimi giorni Donald Trump prenderà la decisione più importante dal suo arrivo alla Casa Bianca, otto mesi fa. Entro il 15 ottobre il presidente statunitense dovrà infatti dire se ritiene che l’Iran rispetti l’accordo nucleare firmato nel 2015 e se sia nell’interesse degli Stati Uniti prolungarlo. In caso contrario spetterà al congresso decidere nuove sanzioni contro Teheran e “smontare” uno dei più importanti accordi diplomatici internazionali degli ultimi anni.

Già in due occasioni da quando è presidente, Trump ha approvato la proroga dell’accordo, come lo obbliga ogni tre mesi la legge americana. Ma questa volta il suo istinto lo spinge a dire di no. In occasione di un suo recente discorso alle Nazioni Unite Trump ha dichiarato di considerare questo accordo, negoziato sotto l’amministrazione Obama, come “uno dei peggiori e dei più svantaggiosi” che siano mai stati conclusi dagli Stati Uniti.

A Washington del resto non mancano i “falchi” che lo spingono a mettere fine a un trattato che non hanno mai amato, nemmeno quando Barack Obama l’ha firmato presentandolo come un immenso successo diplomatico non solo degli Stati Uniti ma di un’ampia coalizione internazionale.

I rischi della cancellazione dell’accordo
Il problema per Trump e per chi lo sostiene è che tutto il mondo, tranne loro, ritiene che l’Iran stia rispettando gli impegni presi. D’altra parte le loro critiche si concentrano proprio su ciò di cui il trattato non si occupa: l’attivismo politico-militare dell’Iran in Medio Oriente, il programma balistico iraniano e quello che succederà allo scadere dei previsti 15 anni di validità.

Ma se gli Stati Uniti denunciassero il Joint comprehensive plan of action (Jcpa) – il suo nome ufficiale – si rischierebbe di:

  • favorire l’ala più dura del regime iraniano, che a sua volta è contrario all’accordo e non ha rinunciato alle sue ambizioni di un Iran nuclearizzato, la sola potenza nucleare della regione insieme a Israele;
  • far precipitare il Medio Oriente in una grave crisi coinvolgendo Israele, l’Arabia Saudita e gli alleati dell’Iran come l’Hezbollah libanese;
  • avere gravi ripercussioni sulla questione nucleare nordcoreana, facendo scomparire qualunque spinta a negoziare con un paese che non rispetta i suoi impegni sul lungo periodo.

Per questi motivi – e perché il Medio Oriente ha già abbastanza fonti di destabilizzazione e di tensione – una parte dell’amministrazione statunitense in questa fase non è favorevole alla denuncia del Jcpa. Il segretario di stato Rex Tillerson, il segretario della difesa Jim Mathis e il consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster sarebbero favorevoli alla nuova proroga, convinti che questo non rappresenti un grave pericolo per gli interessi nazionali degli Stati Uniti.

Il dibattito è acceso in seno all’amministrazione e tra i collaboratori di Trump, e sembra completamente ignorato – ma questo non deve sorprendere – il fatto che non si tratti di una questione interna ma internazionale. L’accordo infatti è stato negoziato da un gruppo di contatto che comprende i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania e la Commissione europea, e una volta concluso è stato approvato dal Consiglio di sicurezza, così da dargli valore di legge internazionale.

Un isolamento da evitare
Per cercare di influenzare la decisione, non di Trump che se ne infischia, ma dei suoi ex colleghi senatori, l’ex segretario di stato di Obama, John Kerry, che è stato uno dei negoziatori con l’Iran, ha scritto di recente un editoriale sul Washington Post per chiarire il suo punto di vista.

Secondo Kerry è “irrazionale abbandonare un accordo funzionante perché si teme una possibile crescita del programma nucleare iraniano nell’arco di oltre di un decennio. Se infatti si dovesse abbandonare l’accordo questi effetti si avrebbero immediatamente. Saremmo di nuovo al punto di partenza, ma in condizioni peggiori. Stavolta a essere isolati sarebbero gli Stati Uniti e non l’Iran”.

Questo punto è fondamentale. Gli altri firmatari dell’accordo, a cominciare dalla Francia – come ha ricordato Emmanuel Macron alla tribuna dell’Onu – hanno fatto sapere di avere fiducia in questo documento, anche a costo di cominciare fin da adesso a negoziare i suoi sviluppi futuri.

Nell’Unione europea c’è aria di emancipazione daWashington, ma ci sarà il coraggio di un divorzio transatlantico sul nucleare?

Che faranno se gli Stati Uniti dovessero abbandonarlo unilateralmente? In passato gli europei si sarebbero probabilmente piegati di fronte alla volontà americana, come tante altre volte è successo. Ma non è più così da quando Trump ha cominciato a mettere in difficoltà i legami con gli alleati e ha deciso di fare solo di testa sua.

L’Iran l’ha capito e il ministro degli esteri iraniano, l’abile Javad Zarif, ha incitato gli europei a sfidare le eventuali sanzioni statunitensi che il congresso potrebbe adottare se Trump andasse in fondo con la sua minaccia – cosa che il ministro ritiene probabile. Come Zarif ha dichiarato alla stampa britannica, l’unico modo per convincere l’Iran a rispettare i suoi impegni sarebbe che gli altri paesi firmatari – la Germania, la Cina, la Francia, il Regno Unito, la Russia – mantengano la loro adesione all’accordo nucleare e ignorino le sanzioni di Washington. Al contrario se seguiranno gli Stati Uniti “sarà la fine dell’accordo”.

Un’Europa troppo timida
Gli europei, che sono in effetti convinti che la sicurezza del mondo sia maggiore con questo accordo anziché senza, saranno capaci di un tale gesto di “rivolta” nei confronti di una leadership americana disorientata? E soprattutto, saranno pronti ad assumersene le conseguenze e a rivendicare la loro autonomia, anche con il rischio di un “divorzio” transatlantico sulla questione?

Difficile fare pronostici a giudicare dalla timidezza che da due anni accompagna quella normalizzazione delle relazioni tra l’Iran e il resto del mondo che era l’obiettivo indiretto dell’accordo nucleare.

In effetti le cose non sono andate come previsto. Prima di tutto perché il congresso di Washington non ha dato la sua disponibilità rifiutando di cancellare le sanzioni unilaterali americane, in particolare finanziarie, che continuano a influenzare gli scambi commerciali con l’Iran.

Anche in Europa alcune imprese esitano a firmare accordi con Teheran per paura di rappresaglie sul mercato statunitense. Ancora vivo è il ricordo della multa di 8,9 miliardi di dollari inflitta da Washington alla banca Bnp-Paribas, anche se riguardava attività precedenti alla fine delle sanzioni. Alcune grandi imprese come Psa, Peugeot, Airbus e Total sono di nuovo presenti sui mercati iraniani ma si è ancora lontani da un ritorno alla normalità.

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Queste esitazioni si rafforzeranno in caso di nuove sanzioni americane, a meno che l’Unione europea prenda una posizione chiara e sia disposta a correre il rischio di una crisi con Washington. Questa “emancipazione” è nell’aria, ma l’Europa sarà pronta a fare questo passo?

Anche l’Iran deve fare la sua parte se l’Europa deve trovare il coraggio di salvare l’accordo nucleare. E l’Iran dovrà probabilmente fornire delle prove di buona volontà regionale per permettere agli europei di tenere testa all’alleato statunitense. Una situazione ancora incerta visto il fluttuante contesto regionale che ricorda il gioco del go, in cui nessuno vuole rischiare l’accerchiamento.

Non ci siamo ancora ma tutti ci stanno pensando. Iraniani, europei, israeliani e americani stanno già preparando la mossa successiva, quella che seguirà la decisione ad alto rischio che prenderà prossimamente Trump.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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