L’esercito turco a Hassa, nella provincia di Hatay, vicino al confine con la Siria, il 21 gennaio 2018.

Con l’attacco ai curdi la Turchia si allontana dalla Nato

L’esercito turco a Hassa, nella provincia di Hatay, vicino al confine con la Siria, il 21 gennaio 2018.
22 gennaio 2018 13:19

La Turchia finirà con l’uscire dalla Nato? Un’ipotesi di questo tipo era inverosimile fino a qualche anno fa, quando il paese, entrato nell’Alleanza atlantica nel 1952 in piena guerra fredda, ne era uno dei pilastri sul fronte orientale. Oggi però Ankara si ritrova davanti a questa possibilità perché il suo presidente, Recep Tayyip Erdoğan, è entrato in rotta di collisione con quello che era il suo migliore alleato, gli Stati Uniti, e sta cercando di imporsi nella ricomposizione mediorientale che accompagna la fine annunciata della guerra in Siria.

L’offensiva lanciata il 20 gennaio dall’esercito turco contro le forze curde ad Afrin, nel nord della Siria, con grandi mezzi aerei e terrestri, è l’ultimo segnale di una radicale divergenza di strategie tra Stati Uniti e Turchia.

Erdoğan non cerca neanche di nasconderlo: “Quello che dicono gli Stati Uniti non ha più importanza per noi. L’operazione ad Afrin ha inizio, poi toccherà a Manbij (verso la frontiera con l’Iraq). Ripuliremo tutto fino all’Iraq”, ha dichiarato annunciando l’operazione, ironicamente battezzata “ramoscello d’ulivo”.

La contrapposizione tra Ankara e Washington dura ormai da mesi, da quando gli statunitensi hanno scelto di appoggiarsi ai curdi siriani dell’organizzazione Ypg, le Unità di protezione popolare, per combattere i jihadisti del gruppo Stato islamico e riconquistare la loro capitale in Siria, Raqqa.

La strategia si è rivelata vincente, perché Raqqa è caduta nelle mani delle Forze democratiche siriane (Sdf), l’alleanza formata da combattenti curdi e arabi che ha potuto contare sull’appoggio aereo e sulle forze speciali americane. Le Ypg sono una costola in Siria del Partito dei lavoratori del Kurdistan, il Pkk, con cui Ankara è nuovamente in guerra.

Qualche giorno fa gli statunitensi hanno annunciato di essere pronti a creare, nella zona del nord della Siria fuori dal controllo di Bashar al Assad, un “esercito di frontiera” di 30mila uomini attorno a uno zoccolo duro costituito dalle Ypg, mandando su tutte le furie il presidente turco. Erdoğan ha parlato di attacco alla sovranità turca e ha giurato di schiacciare questa iniziativa, nonostante sia stata programmata dai suoi alleati all’interno della Nato.

Ma la proposta degli Stati Uniti non è l’unico motivo di attrito tra due paesi che in passato erano vicinissimi. La decisione recente di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele trasferendovi l’ambasciata americana ha permesso a Erdoğan di presentarsi come difensore del terzo luogo sacro dell’islam, in linea diretta con il sultano ottomano Abdulhamid II, che si era opposto alla creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina. “Non abbandoneremo Gerusalemme, signor Trump. Gerusalemme rappresenta una linea rossa invalicabile per noi musulmani”, ha dichiarato il presidente turco a dicembre in occasione di un vertice del suo partito islamista, l’Akp.

Queste ripetute divergenze strategiche indeboliscono il legame tra la Turchia e la Nato

Gli Stati Uniti mantengono inoltre una posizione critica nei confronti del riavvicinamento tra la Turchia e la Russia di Vladimir Putin, suggellato dall’acquisto da parte del governo turco del sistema antimissile russo S 400 (una scelta molto insolita per un paese della Nato). Il mese scorso Erdoğan ha incontrato Putin e il presidente iraniano Hassan Rohani nella città russa di Soči per parlare della Siria, in un momento in cui Washington critica l’espansionismo iraniano in Medio Oriente. Erdoğan ha inviato i vertici del suo esercito a Mosca per incontrare le autorità russe prima di lanciare la sua offensiva contro Afrin.

Queste ripetute divergenze strategiche indeboliscono il legame tra la Turchia e la Nato. Naturalmente l’Alleanza atlantica è sopravvissuta più volte alle crisi politiche, comprese quella con la Turchia del 1974, quando i turchi invasero Cipro, e quella del 2003, quando Ankara si era rifiutata di lasciar passare sul suo territorio le forze statunitensi dirette in Iraq.

Una situazione inedita
Tuttavia l’Alleanza è basata su una fiducia espressa chiaramente dall’articolo 5 del suo statuto, secondo cui un attacco contro uno dei paesi membri è un attacco contro tutti gli altri. In questo momento turchi e statunitensi hanno interessi divergenti in Siria e potrebbero addirittura scontrarsi. Sarebbe una situazione inedita.

La Turchia è già in conflitto aperto con uno stato molto importante della Nato, la Germania, che nel giugno 2017 ha deciso di ritirare i soldati di stanza nella base turca di İncirlik nell’ambito della coalizione contro il gruppo Stato islamico. La decisione del governo tedesco ha fatto seguito al rifiuto da parte di Ankara di permettere ai parlamentari tedeschi di incontrare i soldati.

La recente visita a Parigi dimostra che Erdoğan non intende tagliare tutti i ponti con i vecchi alleati

Più recentemente, una gaffe commessa durante un’esercitazione della Nato in Norvegia – il fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal Atatürk, era stato presentato come “un nemico”, e il presidente Erdoğan come uno “stretto collaboratore del nemico” – ha provocato un aumento della tensione. La Nato ha presentato le sue sentite scuse per bocca del suo segretario generale.

Gli uomini di Erdoğan hanno più volte minacciato di lasciare la Nato, una decisione che a questo punto non sorprenderebbe nessuno. Tuttavia non è detto che l’uscita dall’Alleanza atlantica sia nell’interesse del presidente turco, che non riesce a definire una strategia di alleanze alternativa. La sua recente visita a Parigi dimostra che Erdoğan non intende tagliare tutti i ponti con i vecchi alleati nonostante le critiche e le recriminazioni.

Il riavvicinamento tentato con la Russia e l’Iran ha alcuni limiti. La Russia, per esempio, sostiene Damasco e conserva rapporti con le milizie curde in Siria, che hanno perfino avuto una rappresentanza a Mosca. Il Cremlino, a sua volta, aveva una rappresentanza ad Afrin, ritirata subito prima dell’offensiva turca. All’inizio di gennaio Ankara ha protestato contro l’offensiva lanciata dall’esercito di Assad sostenuto dall’aviazione russa nella regione di Idlib.

Le conseguenze dell’epurazione
Di fatto, il presidente turco ha visto fallire tutte le sue scelte strategiche degli ultimi anni, a cominciare dalla sua politica siriana, che a un certo punto passava anche per l’appoggio nascosto ad alcuni gruppi jihadisti per accelerare la caduta di Bashar al Assad. La sua ossessione verso i curdi è diventata un incubo quando gli alleati siriani del Pkk hanno cominciato a ricevere l’appoggio degli americani e sono emersi come forza dominante al confine con la Turchia.

Ankara aveva sperato di poter approfittare delle rivoluzioni arabe del 2011 presentandosi come la potenza di riferimento in grado di stabilizzare la regione, e invece ha finito con l’indebolirsi e perdere l’orientamento.

La difficoltà incontrata da Erdoğan nel definire una strategia vincente nel momento in cui si stanno ricreando gli equilibri regionali dopo il caos degli ultimi anni è legata anche alla brutalità con cui il presidente turco ha gestito il tentativo fallito di colpo di stato del luglio 2016.

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Giornalisti, avvocati, funzionari, insegnanti: non esiste una categoria sociale che sia sfuggita alla purga voluta da Erdoğan. Citando fonti vicine al quartier generale della Nato a Bruxelles, a novembre Le Monde ha rivelato che la maggioranza dei militari turchi presenti nelle strutture Nato (60-80 per cento) sono stati epurati da Ankara. Alcuni hanno chiesto asilo nel paese dove erano di stanza.

La Nato non ha le competenze per affrontare una situazione di crisi all’interno di uno degli stati che ne fanno parte, dunque ha dovuto chiudere un occhio quando in passato la Turchia è stata governata da una dittatura militare. Per lo stesso motivo non potrà reagire adesso.

Ma la grande distanza strategica tra la Turchia e i suoi alleati teorici, aumentata dalla deriva autoritaria del presidente Erdoğan, complica i rapporti. All’inizio di gennaio, durante la visita a Parigi del presidente turco, Emmanuel Macron ha fatto presente a Erdoğan che il suo sogno di entrare a far parte dell’Unione europea al momento è irrealistico. Arriveremo alla stessa conclusione rispetto alla permanenza della Turchia nella Nato?

Nella confusione della fine della guerra in Siria, tra le esitazioni americane, la determinazione russa, l’influenza iraniana e il contrattacco saudita, la Turchia sta cercando in ogni modo di non essere la grande perdente di questo conflitto, come sarebbe se permettesse che alla sua frontiera emergesse un’enclave armata dei curdi. Ma così facendo rischia di compromettere le sue vecchie alleanze, al punto che un giorno potrebbe dover rispondere a una domanda che sembrava tabù: la Turchia dovrà uscire dalla Nato?

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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