I festeggiamenti dei sostenitori di Jair Bolsonaro davanti alla sua residenza a Rio de Janeiro, il 28 ottobre 2018.

In Brasile la democrazia è stata sconfitta alle urne

I festeggiamenti dei sostenitori di Jair Bolsonaro davanti alla sua residenza a Rio de Janeiro, il 28 ottobre 2018.
29 ottobre 2018 12:26

I brasiliani hanno molti motivi per essere furenti: corruzione, incuria, criminalità… Tuttavia questa collera, cattiva consigliera, li ha spinti tra le braccia di un candidato che difficilmente si può evitare di definire fascista.

Jair Bolsonaro è stato l’uomo giusto al momento giusto, capace di catalizzare questa rivolta elettorale della maggioranza dei brasiliani. Ex ufficiale dell’esercito, ammiratore della dittatura militare che ha governato il Brasile fino al 1985, Bolsonaro ha saputo strumentalizzare l’odio – non c’è un altro termine possibile – nei confronti del Partito dei lavoratori di Lula, l’ex presidente che attualmente si trova in carcere per corruzione.

In Europa Lula resta un’icona della sinistra pragmatica, e anche in Brasile le elezioni avrebbero avuto un esito diverso se l’ex presidente avesse avuto la possibilità di candidarsi. Ma Lula è anche ritenuto responsabile per molti degli scandali di corruzione che hanno intaccato il suo mandato e per la tremenda recessione in cui è sprofondato il paese.

Ancora una volta, a favorire un regime autoritario arrivato al potere tramite il suffragio universale è il fallimento della classe politica dominante, che sia di destra o di sinistra.

Senza poter contare su una maggioranza al congresso, il nuovo presidente potrebbe essere tentato di aggirare le istituzioni democratiche

I brasiliani hanno creduto al mito universale dell’uomo forte che combatterà il crimine – in Brasile si registrano 64mila morti all’anno, un record mondiale – cancellerà la corruzione, difenderà i valori della famiglia tanto cari alle potenti chiese evangeliche che lo sostengono e rilancerà l’economia con vecchie ricette liberiste.

Il mondo degli affari brasiliano scommette sul suo successo, quanto meno sul fronte economico, a colpi di privatizzazioni massicce. La Borsa di São Paulo ha guadagnato il 15 per cento da quando Bolsonaro è emerso come favorito.

In ogni caso, anche realizzando un decimo di quello che ha promesso durante la campagna elettorale, Bolsonaro rischia di seminare l’odio e la divisione in un paese già molto polarizzato. Senza poter contare su una maggioranza al congresso, il nuovo presidente potrebbe essere tentato di aggirare le istituzioni democratiche.

Tutti quelli che hanno votato per “l’uomo forte” spinti dall’ostilità per l’avversario politico e disgustati dalle pratiche della classe dirigente uscente rischiano di essere i perdenti in un paese in cui le forze economiche più potenti avranno le mani libere, senza controllo e senza nessuna preoccupazione morale.

Jair Bolsonaro somiglia un po’ a Donald Trump e molto a Rodrigo Duterte, il presidente delle Filippine, un uomo che si è paragonato a Hitler, la cui battaglia contro la droga è degenerata in migliaia di esecuzioni sommarie e che ha messo a tacere la stampa indipendente. Bolsonaro minaccia di fare lo stesso in Brasile.

Il matrimonio tra l’autoritarismo sfrenato e il liberismo economico senza limiti metterà alla prova la stabilità del più grande paese dell’America Latina. E purtroppo è probabile che le cose volgano al peggio.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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