Manifestanti alzano una barricata durante le proteste antigovernative a Caracas, 23 gennaio 2019. (Roman Camacho, Sopa Images/LightRocket via Getty Images)

La scommessa pericolosa di Trump nella crisi del Venezuela

Manifestanti alzano una barricata durante le proteste antigovernative a Caracas, 23 gennaio 2019. (Roman Camacho, Sopa Images/LightRocket via Getty Images)
25 gennaio 2019 09:52

Nessuno può stupirsi davanti alle immagini della folla scesa nelle strade di Caracas per protestare contro il regime di Nicolás Maduro. Tre milioni di venezuelani hanno già lasciato il paese. L’economia è in rovina, l’inflazione galoppa e le difficoltà della vita quotidiana sono immense. La legittimità del successore di Hugo Chávez è messa in discussione apertamente dai cittadini, che per farlo rischiano la vita. Nelle ultime 48 ore tredici persone sono morte per colpi di arma da fuoco.

Eppure gli ultimi avvenimenti sollevano diversi interrogativi, a cominciare dalla fretta con cui Donald Trump e molti governi latinoamericani hanno riconosciuto come capo di stato provvisorio Juan Guaidó, giovane presidente del parlamento venezuelano e oppositore di Maduro.

I vicini del Venezuela, evidentemente, sono coinvolti nella crisi politica e umanitaria in corso, anche solo per l’afflusso di centinaia di migliaia di profughi in Colombia e Brasile. Dunque hanno il diritto di decidere l’evoluzione politica del loro vicino?

Il rischio di una violenta repressione
Tutto lascia pensare che i paesi del continente americano – fatta eccezione per il Messico, la Bolivia e naturalmente Cuba, ancora vicina a Caracas – abbiano deciso di sbarazzarsi del regime di Maduro.

È una scommessa pericolosa, perché rischia di trascinare il Venezuela in una spirale di violenza ancora più grave, se non in una guerra civile. Sui social network, alcuni venezuelani propongono addirittura un parallelo con la Siria.

Dopo aver vinto in modo discutibile le elezioni dell’anno scorso, Maduro ha portato il terrore nel paese, come hanno ampiamente documentato le organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Ma il presidente conserva ancora l’appoggio delle forze armate e di altre organizzazioni di massa ereditate dal chavismo.

Guaidó si è proclamato presidente il 23 gennaio, anniversario di un colpo di stato che nel 1958 aveva rovesciato una dittatura militare

Queste forze resteranno fedeli al regime? È questa l’incognita principale. Juan Guaidó ha promesso l’amnistia ai militari che volteranno le spalle al regime, nella speranza di rovesciare Maduro. Ma la presa del regime sulle forze armate resta solida, soprattutto grazie allo spauracchio dell’imperialismo americano incarnato alla perfezione da Donald Trump.

Non è un caso se il giovane politico di 35 anni si sia proclamato presidente il 23 gennaio, anniversario di un colpo di stato che nel 1958 aveva rovesciato una dittatura militare. La data è ancora conosciuta come “il giorno del ritorno alla democrazia”.

Ma la storia non si ripete mai. Cosa accadrebbe se la mobilitazione popolare fosse repressa? I paesi che hanno riconosciuto Guaidó interverrebbero in Venezuela? Qualche giorno fa, lo stesso Trump ha ventilato la possibilità di un intervento militare nel paese, pur ricordando di non voler essere più il gendarme del mondo. L’Europa è rimasta più prudente, anche se ha condannato il regime di Caracas.

Non dispiaccia agli ultimi sostenitori di Maduro, ma il regime è già abbastanza screditato. Non c’è bisogno di offrirgli su un piatto d’argento questa ingerenza e permettergli di giustificare la repressione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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