La pulizia del tappeto rosso prima dell’arrivo del presidente francese Emmanuel Macron a N’Djamena, Ciad, 23 dicembre 2018.

La Francia resta il gendarme di una parte dell’Africa

La pulizia del tappeto rosso prima dell’arrivo del presidente francese Emmanuel Macron a N’Djamena, Ciad, 23 dicembre 2018.
15 febbraio 2019 16:22

La Francia è condannata a restare “il gendarme dell’Africa”? La domanda è legittima dopo che tra il 3 e il 6 febbraio l’aviazione francese è intervenuta in Ciad, non per contrastare i jihadisti ma per combattere gli oppositori armati del presidente Idriss Déby.

L’intervento dei francesi ha fermato una colonna di veicoli armati proveniente dal sud della Libia che procedeva in direzione della capitale N’Djaména. Il numero di vittime è ancora indefinito.

“La Francia è intervenuta militarmente per evitare un colpo di stato”: questa la giustificazione a posteriori del ministro degli esteri francesi Jean-Yves Le Drian. La costituzione francese, nell’articolo 35, obbliga il governo semplicemente a “informare” il parlamento, laddove altri paesi impongono l’autorizzazione delle camere prima di fare ricorso all’esercito.

Il risultato è una grande opacità che alimenta l’idea secondo cui l’esercito francese sarebbe ancora una polizza sulla vita per alcuni regimi africani, come se niente fosse cambiato dalle indipendenze degli anni sessanta e dalle clausole segrete degli accordi per la difesa tra la Francia e i diversi paesi africani firmati all’epoca del generale de Gaulle.

Durante la sua campagna elettorale, Emmanuel Macron aveva criticato gli interventi militari all’estero, indicando la missione in Libia del 2011 come un esempio da non imitare.

Macron vorrebbe creare nuovi rapporti con l’Africa ma la realtà lo riporta alla questione della sicurezza

In seguito, però, il presidente francese ha seguito il solco scavato dai suoi predecessori ricorrendo frequentemente alle Opex, le operazioni all’estero, in Africa e in Medio Oriente. Il motivo potrebbe essere nelle spietate parole dall’ex ministro Dominique de Villepin: “Quello dell’Opex è l’unico bottone che funzioni tra quelli a disposizione del presidente della repubblica”.

Macron è un non interventista disilluso. Vorrebbe creare nuovi rapporti con l’Africa – un’intenzione lodevole che ha cercato di mettere in pratica aprendo un dialogo con i giovani a Ouagadougou – ma la realtà lo riporta alla questione della sicurezza, con la sua inevitabile dimensione politica.

Alleato fondamentale
La Francia è stata costretta ad agire in Ciad? La risposta è complessa. Parigi avrebbe potuto senz’altro rifiutarsi di intervenire in un affare interno (addirittura un affare di famiglia se pensiamo che i capi ribelli sono i nipoti del presidente Déby), ma le conseguenze di questo rifiuto sarebbero state gravissime. Il Ciad, nonostante tutti i difetti del suo regime, è un alleato fondamentale nella lotta contro il terrorismo.

Il risultato, ieri come oggi, è che la Francia, per evitare che la zona sprofondi in un’instabilità cronica simile a quella della Libia, con le conseguenze che possiamo immaginare, continua a sostenere alcuni regimi autoritari.

Tra essi c’è quello di Idriss Déby, un uomo che ha conquistato il potere vent’anni fa alla guida di una colonna di fuoristrada armati e che, tra l’altro, non ha mai spiegato cosa è accaduto al suo oppositore Oumar Mahamat Saleh, scomparso nel 2008 mentre l’esercito francese salvava il suo regime da una precedente offensiva ribelle.

La storia ci racconta perché, nel 2019, la Francia sia ancora il gendarme del Ciad e di una parte dell’Africa lontana dalla stabilità.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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