Una donna francese e suo figlio nel campo profughi di Al Hol, nel nordest della Siria, il 17 febbraio 2019. La donna è fuggita dai territori siriani controllati dal gruppo Stato islamico. (Bulent Kilic, Afp)

La morte di un jihadista francese segna la fine del califfato

Una donna francese e suo figlio nel campo profughi di Al Hol, nel nordest della Siria, il 17 febbraio 2019. La donna è fuggita dai territori siriani controllati dal gruppo Stato islamico. (Bulent Kilic, Afp)
22 febbraio 2019 11:34

Poco più di tre anni fa, la voce di Fabien Clain e i canti di suo fratello Jean-Michel avevano rivendicato, a nome del gruppo Stato islamico (Is), gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi. All’epoca il califfato autoproclamato dell’Is controllava un territorio delle dimensioni del Regno Unito a cavallo tra la Siria e l’Iraq ed era riuscito a seminare il terrore nel cuore della capitale francese.

La follia omicida è arrivata al capolinea il 20 febbraio in un fazzoletto di terra di appena mezzo chilometro quadrato nella zona orientale della Siria, assediato e affamato, dove qualche centinaio di miliziani irriducibili, tra cui diversi stranieri, hanno condotto la loro ultima battaglia.

La morte, per Fabien Clain, è arrivata dal cielo, per mezzo di un attacco aereo da parte della coalizione internazionale, che evidentemente ha agito in base a informazioni precise.

Tra le due date – novembre del 2015 e febbraio del 2019 – si è svolta (ed è stata vinta) una guerra spietata contro l’ultimo avatar del jihadismo. La forza dell’Is era la sua presenza sul territorio, una calamita per migliaia di giovani musulmani di tutto il mondo alla ricerca di una svolta estrema. Questa fase sta vivendo i suoi ultimi giorni.

Il coinvolgimento di Fabien Clain nel terrorismo è antecedente alla nascita del gruppo Stato islamico, e si estende su due decenni: dalla conversione e radicalizzazione a Tolosa all’inizio degli anni duemila a un’azione che lo ha portato in prigione nel 2009, ben prima della proclamazione del califfato da parte di Abu Bakr al Bagdadi nel 2014, a Mosul.

L’eliminazione senza processo di un uomo ricercato da tempo si inserisce nel dibattito sulla sorte delle centinaia di prigionieri nelle mani delle forze arabo-curde che combattono l’Is con il sostegno di soldati statunitensi, francesi e britannici.

Il video di France 24 su Fabien Clain


I prigionieri presentano profili diversi – alcuni sono stati combattenti, altre sono mogli e molti sono bambini – ma tutti hanno ceduto alle parole e al sogno di redenzione diffuso da reclutatori zelanti come Fabien Clain (quando viveva in Francia e anche in seguito), che hanno condotto un’azione di propaganda apparentemente molto efficace.

Cosa fare di questi prigionieri? Il problema affligge i paesi coinvolti. Il Regno Unito ha appena privato della nazionalità (per impedirle di tornare) una ragazza di 19 anni partita per unirsi all’Is, una scelta aspramente criticata nel paese. Anche gli Stati Uniti hanno impedito il ritorno di una donna nonostante fosse in possesso di un passaporto americano.

La Francia valuta caso per caso e promette giustizia e condanne carcerarie per quelli che hanno violato la legge unendosi a un gruppo terrorista. Tutto questo non risolve il problema a lungo termine del reinserimento nella società, soprattutto quello di bambini che con ogni probabilità sono stati traumatizzati.

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Parallelamente a questi dibattiti complessi, la guerra continua a trovare ed eliminare gli individui più pericolosi. Il mondo non si è sbarazzato del jihadismo, ma la morte di Fabien Clain segna simbolicamente la fine di un capitolo doloroso di questa storia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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