Edifici bombardati nel villaggio di Khan al Sabil, nella provincia di Idlib, Siria, 20 gennaio 2019.

Il gruppo Stato islamico perde il suo territorio ma la pace è ancora lontana

Edifici bombardati nel villaggio di Khan al Sabil, nella provincia di Idlib, Siria, 20 gennaio 2019.
18 febbraio 2019 11:06

All’apice della sua potenza, il gruppo Stato islamico (Is) controllava un territorio grande quanto il Regno Unito, a cavallo tra la Siria e l’Iraq. In questo momento, invece, alcune centinaia di combattenti dell’Is continuano a combattere per conservare il controllo dell’ultimo fazzoletto di terra e di circa duemila civili nella regione di Deir Ezzor, sulla riva orientale dell’Eufrate, in Siria.

Le forze arabo-curde, assistite da statunitensi e francesi, sono sul punto di chiudere una pagina importante di questa guerra che prevedeva la creazione di un califfato sul suolo dei due stati, con una capitale, una bandiera, un’economia e un califfo autoproclamato, Abou Bakr al Baghdadi.

È in questo territorio che sono stati pianificati gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi e tanti altri, ed è qui che si sono recati i giovani musulmani provenienti da tutto il mondo e attirati dal mito di una rinascita o semplicemente dal desiderio di avventura.

Questa pagina si sta finalmente chiudendo, ma non siamo ancora arrivati alla fine dello scontro con i jihadisti né della guerra in Siria. Per non parlare della prospettiva di pace, ancora lontana in questo Medio Oriente così tormentato.

L’Is ha perso il suo territorio, ma non è scomparso. Migliaia di uomini si sono rifugiati nelle zone rurali e ricorrono a metodi più classici. In Iraq si registrano centinaia di azioni di guerriglia dopo la riconquista di Mosul dell’anno scorso. Nel frattempo l’Is esporta il suo marchio in Asia e in Africa alla ricerca di altre faglie in un mondo musulmano destabilizzato.

Nessuna delle radici dell’instabilità in Medio Oriente è stata affrontata

Paese martire, la Siria non ha ancora messo fine alla sua guerra. Il fronte orientale resta attivo e intanto l’attenzione si sposta verso l’enclave di Idlib, nel nordovest, dove si trovano migliaia di combattenti sopravvissuti ad altre battaglie. Il 13 febbraio, a Soči, la Russia, la Turchia e l’Iran si sono coordinati per “distruggere completamente il focolaio terrorista di Idlib”, per usare le parole di Vladimir Putin. Da tre mesi è in fase di preparazione un’offensiva in questa regione dove, non dimentichiamolo, tre milioni di persone vivono nella paura.

Infine c’è il problema dei prigionieri jihadisti e delle loro famiglie. Donald Trump ha invitato l’Europa a recuperare i suoi circa ottocento cittadini partiti per la guerra e ora prigionieri della coalizione in Siria. La Francia ha già accettato. Ma cosa fare nel lungo periodo con questi uomini, donne e bambini perduti?

Non abbiamo ancora imparato la lezione dalla vicenda dell’Is, ed è questo l’aspetto più inquietante. Nessuna delle radici dell’instabilità in Medio Oriente è stata affrontata: né le fratture religiose in Iraq né la ricerca di una via d’uscita politica dalla guerra in Siria e nemmeno il destino dei curdi che hanno combattuto il gruppo Stato islamico ma oggi si ritrovano aggrediti dalla Turchia.

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In sostanza non ci sono molte ragioni per esultare davanti alla sconfitta del califfato, perché non è stato fatto niente per scongiurare la nascita di un Is 2.0 o di qualsiasi nuovo avatar del miraggio del jihad purificatore.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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