Festeggiamenti ad Algeri dopo le dimissioni del presidente Abdelaziz Bouteflika, il 2 aprile 2019.

La rivoluzione algerina è a un bivio

Festeggiamenti ad Algeri dopo le dimissioni del presidente Abdelaziz Bouteflika, il 2 aprile 2019.
03 aprile 2019 11:31

Felici di veder uscire di scena l’uomo che incarnava un potere ormai sgradito, gli algerini si trovano nuovamente alle prese con la domanda che si ripresenta a ogni tappa di questa autentica rivoluzione pacifica: fermarsi o andare avanti?

Ormai nel controllo della situazione dopo una lotta tra clan che si è conclusa con la sconfitta della famiglia Bouteflika, l’esercito insiste sul rispetto della legittimità costituzionale, ovvero su una continuità del regime. Questo il senso inequivocabile della dichiarazione rilasciata la sera del 2 aprile dal capo di stato maggiore, il generale Ahmed Gaid Salah, uomo chiave dell’ultimo periodo.

Dal canto loro, i manifestanti che protestano ormai da sei settimane non vogliono accontentarsi e considerano gli ultimi eventi solo come una vittoria di tappa nel percorso verso il cambio di regime e una seconda repubblica. Questa presa di posizione ha progressivamente sostituito l’iniziale richiesta di un allontanamento di Bouteflika. La promessa di dimissioni del presidente, ancora una volta, si è rivelata una mossa insufficiente e tardiva.

Processo politico inedito
Successione costituzionale o transizione verso una nuova repubblica? Le due scelte contrapposte si presenteranno agli algerini quando il consiglio costituzionale avrà convalidato le dimissioni di Bouteflika.

La realtà politica è che i manifestanti non intendono permettere che la loro rivoluzione finisca nelle mani dell’esercito, considerato come parte integrante del regime anche se alla fine sono stati proprio i militari, in extremis, a provocare la caduta del clan Bouteflika.

Le decisioni e le azioni dei vertici militari saranno seguite con attenzione dagli algerini

Il 29 marzo, per la prima volta, gli slogan dei manifestanti sono stati diretti anche contro il generale Gaid Salah. Possiamo ipotizzare che il generale abbia ritrovato una certa legittimità con la sua uscita del 2 aprile, con cui ha messo fine alle manovre dell’entourage del presidente?

Nelle prossime ore e giorni le decisioni e le azioni dei vertici militari saranno seguite con attenzione dagli algerini, ansiosi di scoprire se l’esercito cercherà di imporre la “sua” soluzione per il dopo Bouteflika o se si accontenterà di fungere da “garante” in un processo politico aperto e dunque inedito.

La temperatura della piazza
I prossimi giorni, insomma, saranno decisivi. Il 5 aprile, venerdì, giorno dedicato alle manifestazioni, sarà possibile testare la temperatura della piazza. In ogni caso è difficile immaginare che un movimento civico che si rinnova da sei settimane e ha saputo organizzarsi in rami – studenti, medici, avvocati eccetera – senza farsi strumentalizzare dai partiti politici e senza leader autoproclamati possa fermarsi a metà strada.

La piazza non accetterà che i vecchi leader siano i padroni del potere di domani.

Questa seconda rivoluzione algerina ha suscitato l’ammirazione del mondo intero per il suo carattere pacifico, capace di far saltare la coalizione degli interessi che cementava un potere opaco attorno a un presidente ormai debilitato. Ora la ribellione dovrà superare se stessa per continuare il suo percorso a tappe senza scontri né contraddizioni.

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Resta il fatto che nessuno avrebbe mai immaginato un popolo algerino in grado di allontanare Abdelaziz Bouteflika solo con la forza dei numeri e senza violenza. Significa che tutto è possibile, in questo paese in movimento.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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