Operai allestiscono un manifesto elettorale di Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu, a Gerusalemme, il 28 marzo 2019. (Ammar Awad, Reuters/Contrasto)

Pro o contro Netanyahu, unico criterio delle elezioni israeliane

Operai allestiscono un manifesto elettorale di Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu, a Gerusalemme, il 28 marzo 2019. (Ammar Awad, Reuters/Contrasto)
08 aprile 2019 11:46

Pro o contro Netanyahu, come sempre. Il 9 aprile si terranno le elezioni legislative in Israele, e al centro di tutto c’è ancora una volta il primo ministro, personalità polarizzante che dalla polarizzazione è capace di trarre grande vantaggio.

Le elezioni, dunque, saranno un referendum sulla personalità di Benjamin Netanyahu. Capo del governo dal 1996 al 1999 e nuovamente, senza interruzione, negli ultimi dieci anni, Netanyahu rischia di battere il record di longevità stabilito dal fondatore dello stato ebraico, David Ben Gurion.

Come ha sempre fatto nei momenti di difficoltà, anche stavolta Netanyahu ha scelto di pigiare il piede sull’acceleratore del nazionalismo e del populismo, conducendo una delle campagne elettorali più aggressive nella storia di Israele.

A tre giorni dal voto, il primo ministro ha lanciato una piccola bomba promettendo, in caso di vittoria, di annettere allo stato alcune aree della Cisgiordania palestinese. Netanyahu non ha fornito dettagli sulla portata di questa annessione, ma resta il fatto che ha attraversato un Rubicone politico spingendosi dove nessun politico israeliano aveva mai osato, e cancellando l’ipotesi già improbabile di uno stato palestinese accanto a quello israeliano.

In questo modo Netanyahu si è assicurato il voto dei coloni ebrei della Cisgiordania (promettendo che potranno restare dove sono) e dell’opinione pubblica di destra, che non vuole più sentir parlare di pace con i palestinesi. Il primo ministro sa bene di contraddire le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma evidentemente non se ne cura.

Per la prima volta, Netanyahu deve affrontare un’opposizione politica seria guidata da un ex capo di stato maggiore

Il suo amico e alleato Donald Trump ha appena firmato il riconoscimento dell’annessione delle alture del Golan siriano da parte di Israele, senza alcuna conseguenza. L’appoggio di Trump e delle potenze arabe conservatrici come l’Arabia Saudita offre a Netanyahu uno spiraglio per cambiare uno statu quo che si mantiene da mezzo secolo.

Per la prima volta da anni, Netanyahu deve affrontare un’opposizione politica seria guidata da un ex capo di stato maggiore, il generale Benny Gantz (non certo un pacifista ma un solido esponente del centro) affiancato dall’ex presentatore televisivo Yair Lapid e da altri due ex alti ufficiali dell’esercito.

Questa alleanza non promette la pace o altre utopie, ma un governo più onesto e pragmatico rispetto a un primo ministro coinvolto in diversi processi (che ne mettono in dubbio l’integrità) e il cui cinismo disgusta parte dell’opinione pubblica.

Per affrontare i suoi rivali, Netanyahu ha schierato l’artiglieria pesante, con attacchi personali e denigratori contro Benny Gantz, il cui telefono è stato intercettato. Gli oppositori sono stati accusati di voler governare con i partiti arabi e di essere pericolosi estremisti di destra.

Gli israeliani sono davvero pronti a mettere alla porta un primo ministro un po’ delinquente ma che promette un dominio di Israele in una regione instabile? Ancora una volta la polarizzazione rischia di premiare chi grida più degli altri.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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