Il funerale di una vittima dell’ebola a Butembo, Repubblica Democratica del Congo, il 16 maggio 2019. (John Wessels, Afp)

Perché non si riesce a fermare l’epidemia di ebola nel Nord Kivu

Il funerale di una vittima dell’ebola a Butembo, Repubblica Democratica del Congo, il 16 maggio 2019. (John Wessels, Afp)
17 maggio 2019 11:39

Nella zona orientale della Repubblica Democratica del Congo la concomitanza di diversi fattori rischia di provocare una tragedia: un’epidemia di ebola (tra i virus più pericolosi al mondo), una guerra civile che in forme diverse dura ormai da due decenni e una disinformazione dalle conseguenze disastrose.

I vertici delle organizzazioni umanitarie hanno lanciato l’allarme. “Abbiamo perso il controllo di questa epidemia”, ha dichiarato al quotidiano francese Libération il coordinatore delle emergenze di Medici senza frontiere, John Johnson.

I dati non danno la misura della situazione, soprattutto in una regione che in vent’anni di guerra ha pianto milioni di morti, ma sono comunque impressionanti: 1.600 casi di ebola riscontrati negli ultimi dieci mesi, un migliaio di morti, ma soprattutto un rapido aumento di nuovi casi nelle ultime settimane che fa temere un’esplosione dell’epidemia.

False notizie contro i medici
L’insicurezza è tra le cause principali del peggioramento della situazione sanitaria nel Nord Kivu, la regione orientale ricca di minerali dove spadroneggiano i gruppi ribelli armati. Alcuni centri medici dedicati alla lotta contro l’ebola, infatti, sono stati ripetutamente attaccati dai ribelli. Le équipe mediche europee sono state costrette a limitare gli spostamenti e a volte hanno dovuto chiudere gli ambulatori, abbandonando la popolazione agli effetti del virus.

I ribelli giustificano i loro attacchi diffondendo voci diffamatorie nei confronti dei medici, accusati di aver portato il virus, di fare affari e di rubare organi. Queste false notizie alimentano uno stato di tensione che favorisce i gruppi armati, nemici del potere centrale di Kinshasa che osserva impotente a migliaia di chilometri di distanza.

I vaccini preparati durante l’ultima epidemia sono in corso di omologazione

Nel 2014 e nel 2015 un’epidemia di ebola aveva colpito diversi paesi dell’Africa occidentale, ma quantomeno in quel caso il virus si era diffuso in aree non in guerra e dunque era stato possibile contenerlo (non prima che undicimila persone perdessero la vita).

La settimana scorsa il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, il medico etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha proposto una riflessione dolorosa su Twitter: “La tragedia è che abbiamo i mezzi tecnici per fermare l’ebola, ma fino a quando non cesseranno gli attacchi contro le persone che portano una soluzione sarà molto difficile mettere fine a questa epidemia”.

La situazione è tanto più tragica se consideriamo che i vaccini preparati durante l’ultima epidemia sono in corso di omologazione e potrebbero fare la differenza se fosse possibile raggiungere le popolazioni colpite.

Viviamo in un’epoca paradossale in cui la scienza permette di risolvere i principali problemi che affliggono gli esseri umani, ma sono proprio loro a impedire che ciò accada. Il Nord Kivu ne è la dimostrazione lampante.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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