Il quartier generale dell’Unione cristianodemocratica durante i primi exit poll, Berlino, il 26 maggio 2019. (Hannibal Hanschke, Reuters/Contrasto)

Le lezioni del voto europeo e la mancata ondata populista

Il quartier generale dell’Unione cristianodemocratica durante i primi exit poll, Berlino, il 26 maggio 2019. (Hannibal Hanschke, Reuters/Contrasto)
27 maggio 2019 10:06

La prima conclusione da trarre dalle elezioni europee è che, al di là di alcune situazioni specifiche come quelle dell’Italia e della Francia, non c’è stata un’ondata populista o di estrema destra. I paesi dove i populisti o i nazionalisti sono stati il primo partito si contano sulle dita di una mano.

La seconda conclusione è che i partiti filoeuropei, nella loro diversità, ottengono circa i due terzi dei seggi del nuovo parlamento europeo. Dunque siamo lontani da un massiccio atto di sfiducia nei confronti del progetto dell’Unione, anche se questo non cancella le critiche nei confronti della sua applicazione. In questo senso, l’ascesa dei Verdi in molti paesi è uno dei fenomeni più significativi di queste elezioni.

La terza conclusione è che la ricomposizione politica in corso da qualche anno in paesi come la Francia o l’Italia si ritrova su scala continentale. I due gruppi storici che hanno conservato la maggioranza negli ultimi vent’anni – i conservatori e i socialdemocratici – perdono decine di seggi e soprattutto non possono più contare sulla maggioranza assoluta. È evidente che da domani il meccanismo politico cambierà e diventerà più complesso.

Grandi raggruppamenti e sconfitte
Il gruppo di cui fanno parte la Lega di Salvini e il Rassemblement national francese è in fase di crescita, ma i risultati non sono all’altezza delle ambizioni dei suoi leader, che speravano di avere un peso maggiore sull’equilibrio del parlamento. Anche se non sarà così, questi partiti cercheranno comunque di formare grandi raggruppamenti.

L’estrema destra ha incassato diverse sconfitte: in Austria, paese che incarnava un “modello” di governo tra estrema destra e destra tradizionale crollato a causa di uno scandalo; nei Paesi Bassi, dove l’alleato di Marine Le Pen è stato spazzato via, e in Danimarca, dove l’estrema destra è stata ridimensionata. Il tedesco Alternativa per la Germania, partito antimigranti, ha fatto registrare un calo rispetto alle elezioni legislative nazionali. In sostanza l’avanzata dei partiti anti-europei riflette un bilancio contrastante e comunque lontano dalla valanga annunciata.

Il voto comporterà una grande ricomposizione politica. I conservatori e i socialdemocratici non potranno più spartirsi il potere

All’esterno di questo gruppo (anche se altrettanto euroscettici) i partiti al potere in Polonia e Ungheria hanno guadagnato terreno, e questo gli permetterà di resistere alla accuse di “illiberalismo”.

Il voto comporterà una grande ricomposizione politica. I conservatori e i socialdemocratici non potranno più spartirsi il potere come hanno fatto negli ultimi vent’anni. L’incognita è rappresentata dal blocco liberale a cui si aggiungerà La République en Marche di Emmanuel Macron e su cui il presidente francese vorrebbe fare il perno di una nuova maggioranza, con l’aiuto di parte della sinistra europea.

Il prossimo test arriverà con la nomina del presidente della commissione e del presidente del consiglio. Macron e Angela Merkel si presenteranno al consiglio europeo, convocato per domani per discutere le nomine, indeboliti dai rispettivi risultati elettorali e divisi sulla strada da intraprendere.

Questi risultati permettono ai due leader di rispondere alla domanda esistenziale sul futuro dell’Unione? Non è detto, perché il relativo fallimento degli antieuropei non si traduce in energia positiva. Certo, almeno l’Europa ha ancora la possibilità di rimettersi in sesto.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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