Una protesta a Londra contro la chiusura del parlamento, il 28 agosto 2019. (Guy Smallman, Getty Images)

Boris Johnson chiude il parlamento per blindare la Brexit

Una protesta a Londra contro la chiusura del parlamento, il 28 agosto 2019. (Guy Smallman, Getty Images)
29 agosto 2019 11:37

Per comprendere lo shock suscitato dalla decisione annunciata mercoledì da Boris Johnson bisogna ricordare che quella del Regno Unito è la madre di tutte le democrazie parlamentari. Il parlamento di Westminster è il cuore della vita politica britannica, molto più che in altri paesi europei, come abbiamo avuto modo di constatare negli ultimi mesi con i dibattiti senza fine sulla Brexit.

Sospendere i lavori della camera dei comuni per quasi cinque settimane, proprio nel momento in cui il paese deve affrontare decisioni di portata storica, alimenta l’indignazione generale. Il presidente della camera John Bercow, una vera stella nel Regno Unito, ha parlato di “scandalo costituzionale”. Lo slogan “stop al colpo di stato” si diffonde sui social network accanto agli inviti a scendere in piazza, mentre diversi esponenti del partito conservatore, lo stesso di Johnson, hanno condannato il metodo adottato dal primo ministro.

Evidentemente si tratta più di una manovra politica grossolana che di un colpo di stato, soprattutto considerando che la sospensione del parlamento è stata firmata, come previsto, dalla regina Elisabetta. Comunque sia, la vicenda fa capire fino a che punto la follia si sia impadronita della politica del Regno Unito, a due mesi dalla scadenza per l’uscita dall’Unione europea.

Quello di Johnson, prima che un gesto autoritario, è un segno di debolezza.

Boris Johnson si gioca tutto con questo colpo di mano lontano dalle tradizioni politiche britanniche

Il primo ministro britannico vuole impedire ai deputati, in particolare a quelli del suo schieramento ma contrari alla strategia del “no deal”, di bloccare tutto con manovre parlamentari. Johnson sa benissimo di avere poche possibilità di ottenere un nuovo accordo con gli europei, e si è impegnato a concretizzare la Brexit il prossimo 31 ottobre, con o senza accordo.

Il governo, che può contare su una maggioranza di appena un seggio, è estremamente vulnerabile. Il parlamento non riesce da un anno a trovare un’intesa su una proposta positiva (Theresa May ne ha fatto le spese) ma si è sempre opposto energicamente a tutto ciò che gli è stato sottoposto. È questo che fa paura a Johnson, primo ministro che si gioca tutto con questo colpo di mano così lontano dalle tradizioni politiche britanniche.

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Ce la farà? Impossibile dirlo in questo momento, anche perché è estremamente difficile prevedere la portata della rivolta nei ranghi conservatori. Per capire quali saranno i veri rapporti di forza bisognerà attendere il 3 settembre, con la ripresa della sessione parlamentare, anche se per pochi giorni.

Comunque vada a finire, Boris Johnson si è rivelato, come previsto, un uomo politico senza né fede né legge. Non sorprende, in questo senso, che mercoledì abbia incassato il sostegno deciso di Donald Trump, naturalmente via Twitter.

Il rapporto tra Johnson e la democrazia è tra i più flessibili. In nome del rispetto del voto per la Brexit del 2016, infatti, il primo ministro ha messo la museruola a un’altra fonte di legittimità democratica come il parlamento. Tra pochi giorni sapremo se la manovra di Johnson sarà stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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