Un manifesto elettorale di Nabil Karoui a Tunisi, 1 settembre 2019. (Khaled Nasraoui, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)

In Tunisia il processo democratico resta aperto

Un manifesto elettorale di Nabil Karoui a Tunisi, 1 settembre 2019. (Khaled Nasraoui, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)
03 settembre 2019 11:31

Quando è stata l’ultima volta in cui in un paese arabo si è svolto un voto presidenziale senza che si sapesse in anticipo il nome del vincitore? È un evento abbastanza raro da essere sottolineato.

Questa incertezza è il segno incontrovertibile che in Tunisia il processo democratico resta aperto, unico sopravvissuto tra quelli nati dalle rivoluzioni arabe del 2011.

Il voto è stato anticipato al 15 settembre dopo il decesso del presidente Beji Caid Essebsi, a pochi mesi dalle fine del suo mandato. Essebsi è stato il primo capo di stato eletto in base alla nuova costituzione del 2014, e il meccanismo di successione ha funzionato senza scossoni.

Tuttavia la campagna elettorale per il primo turno, partita il 2 settembre, dimostra che non tutto va per il meglio nella giovane democrazia tunisina. Il voto rischia seriamente di essere segnato dal disincanto dei tunisini rispetto alla loro stessa rivoluzione, che ha portato la libertà ma non ha ancora trasformato il paese.

I problemi sono molteplici e di vario ordine. Prima di tutto c’è la frammentazione, con 26 candidati riconosciuti dall’Istanza elettorale indipendente (Isie). Ogni famiglia politica presenta divisioni interne, a cominciare da quella che viene chiamata “modernista” o “secolarista” e di cui fanno parte il primo ministro uscente Youssef Chahed e il suo ex ministro della difesa Abdelkrim Zbidi. Lo stesso vale per il fronte degli islamisti e per quello della sinistra. Gli scontri tra diverse personalità prevalgono sulle differenze di programma.

La divisione che ha dominato il paese dopo la rivoluzione, quella tra islamisti e laici, è stata smorzata dai candidati esterni al sistema

Ma l’elemento più destabilizzante è la comparsa di candidati “populisti”, di cui il principale, Nabil Karoui, favorito dai sondaggi, presenta un dettaglio non da poco: attualmente è in prigione.

Karoui è il proprietario di una catena televisiva, Nessma tv, in cui Silvio Berlusconi ha una partecipazione. Anche per questo Karoui è stato soprannominato “il Berlusconi tunisino”. Arrestato il 23 agosto con l’accusa di riciclaggio di denaro ed evasione fiscale, Karoui attende che un giudice si pronunci, nella giornata del 3 settembre, sulla sua richiesta di libertà condizionata.

Numerosi osservatori sono convinti che l’arresto abbia conferito a Naroui un’aura di martire che potrebbe aiutarlo nonostante i pesanti sospetti nei suoi confronti.

Paradossalmente la divisione che ha dominato il paese dopo la rivoluzione, quella tra islamisti e laici, è stata smorzata dai candidati esterni al sistema, al punto che oggi alcuni elettori laici si domandano cosa farebbero in caso di scontro al secondo turno tra Karoui e il candidato del partito islamista Ennahdha, Abdelfattah Mourou, uno degli scenari possibili.

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Questi dilemmi sono il segno della disillusione degli elettori nei confronti di una classe politica che non è riuscita a risolvere i problemi economici e sociali della Tunisia, tanto che alle elezioni ha potuto presentarsi un candidato che si ispira apertamente all’ex dittatore Zine el Abidine Ben Ali e che può contare su un discreto sostegno.

Gli elettori avranno a disposizione un ulteriore strumento per farsi un’opinione: tre dibattiti televisivi tra i candidati, novità assoluta per la Tunisia. Gli ottimisti lo considerano un segno di vitalità democratica nonostante tutte le difficoltà del paese.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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