Una manifestazione a Hong Kong nel giorno della festa nazionale cinese, il 1 ottobre 2019. (Athit Perawongmetha, Reuters/Contrasto)

Il basket statunitense vittima collaterale della crisi di Hong Kong

Una manifestazione a Hong Kong nel giorno della festa nazionale cinese, il 1 ottobre 2019. (Athit Perawongmetha, Reuters/Contrasto)
09 ottobre 2019 13:51

La lega professionistica di basket statunitense (Nba) è uno dei simboli dell’apertura della Cina al mondo negli anni novanta e duemila. Yao Ming, talentuoso giocatore cinese, ha indossato la canotta degli Houston Rockets e ha permesso alla Nba di sbarcare in Cina. I suoi tifosi si contano in centinaia di milioni, un mercato chiaramente allettante. In seguito Yao è diventato presidente della federazione di basket cinese.

Ma nel fine settimana il general manager dei Rockets ha espresso su Twitter il suo sostegno ai manifestanti di Hong Kong, scatenando un inferno. Le denunce si moltiplicano, seguite dalle rappresaglie. Gli sponsor cinesi si defilano, le trasmissioni delle partite dell’Nba sono cancellate dalla tv nazionale cinese. Il basket è diventato un oggetto di rivalità ideologica.

L’Nba, suo malgrado, rappresenta l’ennesima vittima della strategia cinese per impedire l’internazionalizzazione della crisi di Hong Kong. Già in precedenza la compagnia aerea Cathay Pacific e la banca Bnp Paribas erano state costrette dalle pressioni cinesi a sbarazzarsi di dipendenti che avevano espresso solidarietà ai manifestanti di Hong Kong.

I leader di Pechino vivono una situazione paradossale. Hanno appena celebrato il settantesimo anniversario del regime con la più grande sfilata militare di tutti i tempi e un entusiasmo popolare innegabile.

Eppure, nella stesa giornata, Hong Kong (che fa tecnicamente parte della Repubblica popolare) sembrava il villaggio di Asterix, tra manifestazioni di sfida e scontri con la polizia.

Pechino tenta con ogni mezzo di evitare l’allargamento della crisi, scommettendo sul naturale esaurimento della spinta ribelle

La crisi di Hong Kong va avanti da mesi senza alcuna soluzione in vista e con molti giovani che si sono ormai radicalizzati e rifiutano il compromesso accettato per anni dalla generazione precedente.

Per Pechino si tratta di un grosso fastidio che non può essere risolto con una nuova Tiananmen (che avrebbe conseguenze troppo gravi) né con concessioni politiche percepite come un segnale di debolezza. Pechino tenta con ogni mezzo di evitare l’allargamento della crisi, mantenendo un cordone sanitario attorno a Hong Kong e scommettendo sul naturale esaurimento della spinta ribelle.

In realtà non esiste alcun rischio di internazionalizzazione, perché il mondo intero riconosce l’appartenenza di Hong Kong alla Cina e ignora gli appelli all’indipendenza di una parte, minoritaria, dei manifestanti. Donald Trump ha addirittura promesso al presidente cinese Xi Jinping che non si immischierà nella faccenda.

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Ma non possiamo negare che sia in atto uno scontro ideologico tra il mondo secondo Xi, che volta le spalle a qualsiasi liberalizzazione all’occidentale, e il sogno democratico di una parte degli abitanti di Hong Kong.

L’Nba è finita in mezzo a questo conflitto e a quello, ancora più vasto, della rivalità sino-americana del ventunesimo secolo. Questo è il motivo per cui oggi gli appassionati di basket cinesi sono privati delle partite dell’Nba in nome dell’orgoglio ferito del regime di Pechino.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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