Il primo ministro britannico Boris Johnson a Downing street, Londra, l’8 ottobre 2019. (Henry Nicholls, Reuters/Contrasto)

Per Boris Johnson la Brexit è solo uno strumento di potere

Il primo ministro britannico Boris Johnson a Downing street, Londra, l’8 ottobre 2019. (Henry Nicholls, Reuters/Contrasto)
17 ottobre 2019 11:35

Boris Johnson sembra sul punto di vincere una scommessa che gli è costata mirabolanti contorsioni. Il primo ministro britannico è prima di tutto un animale politico, ed è in quanto tale che ha condotto la sua campagna sulla Brexit, ottenendo, come nella migliore tradizione europea, un accordo dell’ultima ora.

L’accordo dovrà essere approvato dai 27 capi di stato e di governo e soprattutto dalla camera dei comuni, dove la separazione doganiera tra l’Irlanda del Nord e il Regno Unito farà digrignare molti denti, come dimostrato dal rifiuto del Partito unionista democratico (Dup) di firmare l’accordo per come è scritto ora. In ogni caso, ci stiamo avvicinando all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, pur con la prudenza indispensabile considerando che ancora mancano firme e voti.

Per riuscire nel suo intento, Johnson ha maltrattato il suo partito conservatore cacciando alcuni deputati che gli si erano opposti; ha colpito le istituzioni britanniche al punto da incassare una dura condanna dalla corte suprema e ha forzato la mano degli unionisti nordirlandesi, grazie ai quali il suo partito ha potuto governare negli ultimi due anni.

Ma per Johnson tutto questo non è importante. Il fine giustifica i mezzi. E in questo caso il fine non è mai stato la Brexit, ma il potere.

Johnson si è schierato a favore della Brexit solo al momento del referendum del 2016, spinto da una buona dose di opportunismo

Boris Johnson non è un ideologo. Certo, ha sempre criticato l’Unione europea, come possono testimoniare tutti quelli che, a cominciare dal sottoscritto, l’hanno frequentato quando era giornalista a Bruxelles negli anni ottanta.

Ma è altrettanto vero che l’attuale primo ministro ha sempre vantato le virtù del mercato unico e in passato il suo sostegno alla Brexit non era affatto scontato. Johnson, in sostanza, si è schierato a favore dell’uscita dall’Ue solo al momento del referendum del 2016, spinto dal suo fiuto e da una buona dose di opportunismo e diventando una delle figure di punta del fronte della Brexit.

Ora il premier britannico vuole mettere fine a tre anni di tentennamenti che hanno sfiancato il paese. I britannici ne saranno talmente sollevati da essergli riconoscenti, a prescindere dal contenuto dell’accordo che sarà comunque preferibile a un’uscita disordinata. Con questa vittoria, per quanto ambigua, Johnson si presenterà davanti agli elettori.

Riuscirà a vincere le elezioni politiche? È la sua scommessa, tutt’altro che folle. Al momento Johnson ha diversi assi nella manica e qualche carta debole.

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Il primo asso, oltre al fatto di aver “portato a termine” la Brexit rispettando il risultato del referendum, è l’identità del suo principale avversario, Jeremy Corbyn. Tutti i sondaggi, infatti, evidenziano la scarsa fiducia nel leader laburista, troppo a sinistra e troppo vago sulla Brexit, oltre che coinvolto dalle accuse di antisemitismo che hanno colpito il suo partito.

Dopo tre anni segnati da uno spettacolo politico pietoso, i laburisti avrebbero dovuto avere un’autostrada per il potere davanti a sé. E invece la presenza di Corbyn e gli indugi sull’Europa creano un grande ostacolo. Davanti a un Johnson trionfante, Corbyn avrà serie difficoltà a prevalere.

Il primo ministro vuole tornare alle urne per inaugurare quello che spera possa essere un lungo regno personale. Ma ancora non c’è niente di scontato, anche perché il principale nemico di Boris Johnson è proprio lui stesso. L’ebbrezza del successo e l’assenza di princìpi, infatti, potrebbero trasformarsi negli ingredienti della sconfitta.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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