Pneumatici incendiati per diminuire la visibilità degli aerei militari turchi vicino a Ras al Ain, nel nord della Siria, il 16 ottobre 2019. (Delil Souleiman, Afp)

Stati Uniti e Turchia trovano un’intesa sulla pelle dei curdi

Pneumatici incendiati per diminuire la visibilità degli aerei militari turchi vicino a Ras al Ain, nel nord della Siria, il 16 ottobre 2019. (Delil Souleiman, Afp)
18 ottobre 2019 10:14

Di solito per ottenere un cessate il fuoco in un conflitto bisogna negoziare con entrambe le parti coinvolte. Nel caso di Donald Trump il metodo è diverso. Basta trovare un accordo con uno schieramento e si può tranquillamente annunciare una grande vittoria diplomatica.

Questo bizzarro metodo è stato adottato il 17 ottobre ad Ankara. La Turchia si è impegnata a interrompere i combattimenti per cinque giorni, a condizione che i curdi, fino a ieri alleati di Washington e oggi considerati come paria, depongano le armi pesanti e abbandonino la zona cuscinetto profonda trenta chilometri voluta da Ankara. In base all’accordo l’esercito turco potrà invece restare nella zona.

In sostanza questo era fin dall’inizio l’obiettivo della guerra scatenata da Erdoğan validato dagli Stati Uniti dopo aver provocato il caos nella regione ritirando le loro truppe.

La vicenda, in realtà, è più complicata di quanto abbia lasciato intendere il comunicato del 17 ottobre, perché l’esercito del regime di Damasco e i suoi alleati russi e iraniani sono entrati nella zona contesa. La Russia, in posizione di forza, avrà sicuramente un ruolo di primo piano in qualsiasi soluzione del conflitto.

La crisi, insomma, è lontana dalla sua fine, anche se un’interruzione dei combattimenti per qualche giorno è una buona notizia per le circa 300mila persone costrette ad abbandonare le loro case. In questo modo sarà inoltre possibile riprendere l’attività umanitaria.

Ma a prescindere da cosa accadrà nei prossimi giorni la crisi evidenzia un cambiamento storico in campo strategico, la cui onda d’urto si farà sentire fino in Europa.

La grande assente è l’Europa, penalizzata dal rimescolamento delle carte, disorientata dall’atteggiamento degli Stati Uniti

Per decenni la Turchia ha rappresentato il fianco orientale della Nato, sia sotto la dittatura militare sia durante i periodi di democratizzazione. Il paese è sempre rimasto abbastanza debole da permettere agli Stati Uniti di conservarvi le proprie testate nucleari, che tuttora si trovano in suolo turco.

Ora però le cose sono cambiate, anche se Ankara fa ancora parte dell’Alleanza atlantica in questo periodi di grandi cambiamenti, con il disimpegno degli Stati Uniti incarnato da un presidente che, incapace di governare un mondo sprofondato nel caos, se ne presenta come l’organizzatore.

Al contempo assistiamo all’ascesa degli “altri”, le potenze regionali come la Turchia, l’Iran e l’Arabia Saudita che hanno specifiche strategie, alleanze più o meno leali e ambizioni pericolose.

Il grande assente è l’Europa, chiaramente penalizzata dal rimescolamento delle carte, disorientata dall’atteggiamento degli Stati Uniti (un tempo “leader del mondo libero”) e incapace di difendere i propri interessi.

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Un paese come la Turchia ha saputo cogliere questa debolezza e ha deciso di condurre un gioco sottile con gli Stati Uniti senza mai rompere i rapporti, ignorando nel frattempo le proteste degli europei nella consapevolezza che non hanno alcun argomento da opporre al presidente Erdoğan .

Questa espansione delle potenze regionali complica ulteriormente uno scenario internazionale in cui i nuovi arrivati stanno cambiando le regole basandosi esclusivamente sui rapporti di forza. L’Europa, intanto, continua a ragionare seguendo le norme di un mondo che non esiste più, e diventate sempre più antiquate.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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