Recep Tayyip Erdoğan e Donald Trump al G20 di Osaka, Giappone, il 29 giugno 2019. (Brendan Smialowski, Afp)

Trump ed Erdoğan spingono l’Europa a creare nuove alleanze

Recep Tayyip Erdoğan e Donald Trump al G20 di Osaka, Giappone, il 29 giugno 2019. (Brendan Smialowski, Afp)
22 ottobre 2019 10:04

La parola del momento è sicuramente “alleanza”, ed è accompagnata da un dilemma: cosa fare quando un “alleato” ne attacca un’altro? O meglio, cosa fare quando la Turchia (membro della Nato) attacca i combattenti curdi delle Forze democratiche siriane (Fds), al fianco degli alleati nella coalizione internazionale contro il gruppo Stato islamico (Is) di cui facevano parte Stati Uniti e Francia? Un simile interrogativo mette in discussione il concetto stesso di alleanza.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha sottolineato l’appartenenza comune alla stessa alleanza quando ha rivelato di aver saputo del ritiro statunitense dalla Siria… via Twitter! L’insostenibile leggerezza di Donald Trump, che non si è preoccupato di avvertire i paesi che mantengono un contingente sul campo al fianco dei soldati statunitensi e ha firmato una lettera surreale indirizzata al presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, non fa che confermare ciò che sappiamo dal primo giorno del suo mandato: per il 45° presidente degli Stati Uniti la parola “alleanza” non ha un grande peso. Considerando che parliamo della prima potenza mondiale è evidente che si tratta di una constatazione drammatica.

“Alleanza” è una delle parole chiave dei rapporti internazionali, nei tempi lunghi della storia e nel mondo del dopoguerra che ha costruito l’architettura in cui viviamo ancora oggi. Ai tempi della guerra fredda il mondo era organizzato in alleanze militari e politiche attorno a due poli, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Tutti sapevano che un attacco contro un membro di una delle due alleanze avrebbe comportato la risposta automatica di una superpotenza. In quegli anni non sono mancati i conflitti, ma dopo la crisi del 1962 a Cuba non abbiamo più rischiato uno scontro diretto tra i due blocchi.

Erdoğan guarda a Mosca
Con la scomparsa dell’Urss la regola del gioco è diventata mutevole. Dall’iperpotenza statunitense, arbitro universale di tutti i conflitti, siamo passati a un mondo multipolare e anarchico segnato dal declino dell’influenza di Washington, dall’ascesa del gigante cinese e dalla crescita di potenze regionali sempre più autonome, tra cui proprio la Turchia. Pilastro orientale della Nato con la presenza di testate nucleari statunitensi nella famosa base di İncirlik, la Turchia si è progressivamente emancipata dalla lealtà (per alcuni obbedienza) che ci si aspetta da un esponente dell’Alleanza atlantica.

Quando Erdoğan ha deciso di acquistare il sistema antimissile russo S-400 sapeva che avrebbe varcato una linea rossa, ma il presidente turco attraversa una fase di affermazione della “sua” potenza all’interno della regione che lo spinge a frequentare Vladimir Putin più che Donald Trump, pianificando il futuro della Siria senza preoccuparsi degli “alleati” tradizionali.

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Quanto al presidente degli Stati Uniti, evidentemente non è “formattato” per tenere conto del concetto di alleanza. Lo dimostra il fatto che sia stato necessario forzarlo per strappargli una mezza conferma dell’articolo 5 del trattato dell’Alleanza atlantica, che prevede la solidarietà automatica in caso di aggressione. L’aspetto più preoccupante per gli europei, anestetizzati da decenni di dipendenza dalla Nato in materia di sicurezza, è che un’uscita di scena di Trump non significherebbe affatto un ritorno allo status quo ante, già intaccato da Barack Obama.

Da tempo gli europei hanno preso coscienza di questo dato di fatto, e in privato Macron ha dichiarato che, a suo parere, tra cinque anni la Nato non esisterà più. Questo salto nel buio ha un potenziale devastante, ma potrebbe anche offrire un’occasione all’Europa, se saprà coglierla. La ridefinizione delle alleanze è una delle sfide strategiche del nostro tempo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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