23 dicembre 2019 11:33

I francesi hanno un concetto intrigante: lo sciopero per procura. In sostanza non si fa lo sciopero, ma ci si riconosce in quello degli altri. Il fenomeno si ripete sempre più spesso in un’epoca in cui i dipendenti pubblici, il cui posto di lavoro è garantito, possono scioperare più facilmente rispetto a quelli del settore privato (indebolito dalla disoccupazione e dalla precarietà), che esitano a partecipare ai grandi movimenti sociali.

È quello che succede con lo sciopero dei trasporti, arrivato alla terza settimana. Alla protesta partecipano a intermittenza gli insegnanti e altre categorie di funzionari pubblici, mentre il settore privato è quasi del tutto assente. Dunque non si tratta di uno sciopero generale nel senso in cui lo intendevamo nel maggio del 1968, quando dieci milioni di operai e dipendenti avevano incrociato le braccia e molti avevano occupato le fabbriche.

I sondaggi parlano di una Francia spaccata in due: una metà che comprende o sostiene le rivendicazioni degli scioperanti e una metà che li condanna o è indifferente. È ciò che rende questo movimento complesso e difficile da strumentalizzare politicamente, a prescindere dai punti di vista dei sindacati o del governo di Emmanuel Macron.

La causa primaria del movimento è la riforma delle pensioni voluta da Macron e annunciata durante la campagna elettorale del 2017. Ma dietro questo pretesto ci sono un risentimento più profondo e un’esasperazione che già i gilet gialli avevano tentato confusamente di esprimere l’inverno scorso. La protesta, evidentemente, riecheggia altre manifestazioni di malessere da parte dell’opinione pubblica ai quattro angoli del pianeta.

Una presidenza in crisi
Riunificando i 42 regimi speciali di pensioni in uno solo, per favorire la trasparenza, Macron poteva sperare nel tacito sostegno di una maggioranza dei francesi e anche dei sindacati riformisti come la Confederazione francese democratica del lavoro (Cfdt), il più importante del settore privato. Tuttavia, segno dei tempi difficili per il discorso politico e delle personali contraddizioni del presidente, questo messaggio semplice si è perso, lasciando il posto a una collera in cui si manifesta la voglia di opporsi a una società percepita come sempre più dura per tutti tranne che per i più ricchi…

Il presidente francese non è stato certo aiutato dall’episodio delle dimissioni forzate del suo ministro delle pensioni, Jean-Paul Delevoy, dopo che la stampa ha rivelato che aveva “dimenticato” di rivelare alcuni redditi supplementari all’Alta autorità per le trasparenza. In questo modo Delevoy ha assestato un colpo durissimo alla riforma che stava portando avanti.

Stiamo assistendo a un grande fallimento di Macron, catapultato alla presidenza della repubblica dopo aver frammentato la concorrenza sia a destra sia a sinistra e promesso di portare un “nuovo mondo”, né di destra né di sinistra ma basato sull’efficienza, dopo diversi quinquennali deludenti, da Jaques Chirac a François Hollande passando per Nicolas Sarkozy.

Macron è chiaramente un uomo brillante, pieno di idee innovative e capace di affrontare i problemi più complessi, su scala nazionale e internazionale. Ma il “passaggio all’azione” si è rivelato più che problematico, con un numero record di ministri o collaboratori coinvolti in vicende più o meno scandalose e un comportamento personale che gli ha conquistato un’immagine di arroganza, disprezzo e inclinazione a favorire i ricchi e i vertici dell’economia.

Tutto questo è al centro del conflitto sociale anomalo che sta sconvolgendo l’inverno francese. Un gran numero di piccole e grandi frustrazioni che alimentano un fiume di recriminazioni: quelle degli insegnanti, che sono i grandi perdenti della riforma delle pensioni; quelle del personale ospedaliero pubblico, stanco di pagare da dieci anni a causa dei tagli al bilancio; quelle dei dipendenti che vedono il loro potere d’acquisto stagnante mentre la borsa di Parigi vola.

Il problema è che questo malessere politico non favorisce nessuno. La destra e la sinistra tradizionali restano incomprensibili, confinate a un’opposizione minoritaria, mentre il Rassemblement national di Marine Le Pen è ripartito all’attacco dopo la sconfitta del 2017, ma senza avvicinarsi alle porte del potere. Forse Macron punta tutto sul fatto che al di là del malessere sociale ha tutte le probabilità di ritrovarsi come unico avversario Marine le Pen nel 2024, e magari pensa di poter sfruttare ancora una volta l’afflato repubblicano.

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Di sicuro il presidente non potrà conservare la sua base elettorale, soprattutto di destra e di centrodestra ma in misura minore anche di un centrosinistra orfano di una proposta politica credibile. Non ce la farà nemmeno se rinuncerà alla riforma come hanno fatto tutti i suoi predecessori quando si sono scontrati con il potere della piazza. È per questo che il conflitto prosegue e che il dialogo sociale è così complesso.

Il motivo del braccio di ferro non sono soltanto le pensioni, ma la credibilità politica del presidente, in Francia e sulla scena internazionale. Questo complica infinitamente l’uscita dalla crisi. In ogni caso è inevitabile che questo presidente orgoglioso faccia qualche concessione a una parte del movimento sindacale se non vuole che lo “sciopero per procura” comprometta il suo futuro politico.

(Traduzione di Andrea Sparacino)