Pechino, il 24 gennaio 2020. (Noel Celis, Afp)

Il coronavirus si è diffuso grazie al segreto di stato cinese

Pechino, il 24 gennaio 2020. (Noel Celis, Afp)
28 gennaio 2020 09:30

Il sindaco di Wuhan Zhou Xianwang è diventato il colpevole ideale per la catastrofe del coronavirus che ormai colpisce tutte le province cinesi, con un costo enorme dal punto di vista umano ed economico.

In un’intervista concessa alla tv cinese, Zhou ha ammesso che le informazioni non sono state trasmesse tempestivamente perché gli è mancata l’autorizzazione dei piani più alti a renderle pubbliche. Le epidemie rientrano nel campo del segreto di stato e le informazioni devono essere validate dai vertici.

Le autorità cinesi hanno scoperto a metà di dicembre l’esistenza di un virus non identificato che aveva colpito un numero significativo di persone. Ma l’allerta è stata lanciata solo un mese dopo, non prima di aver arrestato otto persone per “diffusione di voci non confermate”.

La lentezza autoritaria
Nel frattempo cinque milioni di abitanti di Wuhan hanno lasciato la megalopoli del centro della Cina in occasione del capodanno cinese. Sono questi viaggiatori che hanno trasportato il virus nel resto del paese e all’estero.

La tragedia dimostra che, nonostante il regime abbia imparato la lezione dell’epidemia di sars del 2003 e abbia reagito più rapidamente, mantiene ancora la lentezza di un sistema burocratico e autoritario, lontano dall’immagine di modernità tecnologica che la Cina vuole dare di sé.

Come accade sempre in Cina, le critiche si fermano a livello locale senza scalfire i dirigenti nazionali e men che meno l’intoccabile numero uno Xi Jinping. O comunque, se anche queste critiche ci sono, spariscono rapidamente da internet, che in Cina è controllata dal governo.

I leader cinesi si sono preoccupati per i riferimenti alla serie tv Chernobyl che circolano sui social network

Resta un contrasto importante tra le misure draconiane prese dal governo centrale e la gestione caotica a livello locale. Questo permette a Pechino di presentarsi come salvezza di un paese colpito dal disastro, senza assumersi alcuna responsabilità.

Su internet, nonostante la censura, alcune critiche continuano a circolare: a proposito degli ospedali di Wuhan strapieni in attesa della costruzione di nuove unità, delle difficoltà nell’approvvigionamento o della confusione che circonda le informazioni. Questo dimostra che accanto all’aspetto medico e umano esiste una posta in gioco politica.

L’incarico di gestire la crisi è stato assegnato al primo ministro Li Keqiang, numero due della gerarchia comunista. Li si è recato a Wuhan, una visita estremamente mediatica nel cuore del disastro.

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Indossando una semplice maschera protettiva, il primo ministro ha voluto ricordare la visita del suo predecessore Wen Jiabao sui luoghi del devastante sisma del 2008, un gesto di compassione che aveva segnato un cambiamento di stile.

Negli ultimi giorni i leader cinesi si sono preoccupati per i riferimenti alla serie televisiva Chernobyl che circolano sui social network, tanto che la serie sulla catastrofe sovietica è stata ritirata da un sito specializzato dopo aver fatto nascere un intenso dibattito con inevitabili riferimenti alle menzogne di stato e ai fallimenti del sistema.

È il genere di allerta che a Pechino prendono molto sul serio, e dimostra che il potere centrale non ha più il diritto di sbagliare.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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