25 febbraio 2020 12:45

È un caso emblematico sulla difficoltà di cambiare l’orientamento della politica francese sull’Africa quando si parla di diritti umani. La crisi appena scoppiata tra il Camerun e Parigi si svolge in tre atti e non è ancora terminata, e il presidente francese Emmanuel Macron avrà grosse difficoltà nel definire le prossime tappe.

La sequenza attuale è cominciata il 14 febbraio, quando 23 civili sono stati uccisi nel villaggio di Ngarbuh, nel nordovest del Camerun, una regione anglofona teatro da anni di una rivolta contro il regime francofono del presidente Paul Biya. L’opposizione e le ong parlano di un massacro deliberatamente compiuto dall’esercito. L’Onu chiede un’inchiesta indipendente.

Secondo atto: il 22 febbraio, durante la sua visita al salone dell’agricoltura di Parigi, Macron è stato interpellato da un attivista camerunese e ha risposto con parole diverse dal passato: “La prossima settimana chiamerò il presidente Biya ed eserciteremo la massima pressione per risolvere la situazione. Sono totalmente al corrente e totalmente coinvolto dalle violenze che colpiscono il Camerun e sono intollerabili”.

Terzo atto: il governo camerunese, come prevedibile, si è infuriato. Il 24 febbraio centinaia di sostenitori del regime hanno manifestato davanti all’ambasciata di Francia a Yaoundé contro l’ingerenza di Parigi. Con una dichiarazione piuttosto secca Biya ha annunciato, senza citare direttamente la Francia, che il Camerun intende restare “padrone del suo destino”.

Macron ha scelto di parlare perché il Camerun vive la fine di un regno deleterio

La Francia, ex potenza coloniale, si trova in una situazione più che ambigua. All’epoca del generale De Gaulle Parigi aveva installato l’attuale regime sbaragliando con la forza qualsiasi opposizione, per poi sostenere l’ex seminarista Biya nella sua conquista del potere, nel 1982. Da allora sono passati 37 anni e Biya è ancora al suo posto, e ogni sette anni organizza elezioni che immancabilmente vince.

Come far evolvere questo rapporto incestuoso ereditato dalla famosa “Françafrique” senza destabilizzare ulteriormente una regione già traballante?
Macron l’ha detto chiaramente durante la sua conversazione (filmata) con l’attivista camerunese: la Francia è criticata se tace ed è criticata se parla. Il presidente francese ha scelto di parlare, perché il Camerun vive la fine di un regno deleterio.

L’anno scorso la Francia ha chiesto pubblicamente e ottenuto la liberazione dell’oppositore principale del regime, Maurice Kamto. Stavolta Macron ha fissato l’asticella più in alto, rischiando di essere accusato di volersi immischiare negli affari del Camerun piuttosto che di voler difendere i diritti umani.

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Il problema è che nella regione anglofona sta accadendo qualcosa impossibile da ignorare. Il silenzio, a questo punto, diventa complicità. Human rights watch si prepara a pubblicare un rapporto durissimo sul massacro del 14 febbraio. Le smentite di Yaoundé non hanno più valore.

Come influire su una situazione simile senza tornare all’ingerenza del passato? Deliberatamente o per caso (non è dato saperlo) Macron ha creato uno scenario inedito per lui, la cui evoluzione resta incerta.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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