01 maggio 2020 10:47

Le prime pagine della stampa israeliana sono prevedibilmente dedicate al covid-19. Tuttavia l’emergenza sanitaria ha avuto anche un effetto politico inatteso: salvare Benjamin Netanyahu. Si tratta di una svolta che avrà conseguenze cruciali in una regione particolarmente instabile.

Nei prossimi giorni Netanyahu dovrebbe riuscire a superare gli ultimi ostacoli legali e diventare primo ministro per la quinta volta, e questo nonostante sia indagato per corruzione. Il merito è dell’inversione di rotta operata dal suo avversario alle ultime tre elezioni nazionali, l’ex capo di stato maggiore Benny Gantz. In teoria i due sono in posizione di parità e si alterneranno alla guida del governo, ma sarà Netanyahu a gestire il paese per i primi 18 mesi. Di sicuro Bibi cercherà di dimostrare che nulla è cambiato.

Il principale effetto collaterale di questa intesa, considerata impossibile fino a qualche settimana fa, colpirà chi non ha votato, ovvero i palestinesi della Cisgiordania occupata. Nell’accordo per la divisione del potere, infatti, c’è una clausola esplosiva: l’annessione di parte della Cisgiordania.

In piena campagna elettorale Netanyahu aveva sfoderato l’asso nella manica dell’annessione per conquistare il voto dei coloni, che generalmente votano per i partiti religiosi o comunque più a destra del Likud. Promettendo l’annessione, un tabù fino a quel momento, Netanyahu ha costretto Gantz a seguirlo (pur con un linguaggio più “diplomatico”).

Netanyahu è il vincitore dell’accordo, perché sull’argomento Gantz non avrà alcun diritto di veto. Ai comandi ci sarà soltanto Bibi.

I territori coinvolti sono già occupati dagli insediamenti israeliani, alcuni dei quali, soprattutto nella valle del Giordano, esistono ormai da decenni. Ma c’è un’enorme differenza tra un’occupazione e un’annessione: lo statuto di questi territori è regolato dalla risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza, dunque la potenza occupante non avrebbe il diritto di modificarlo.

L’amico di Washington
Ma oggi i rapporti di forze locali e internazionali permettono allo stato ebraico di ignorare qualsiasi voce critica, a cominciare da quella europea. Il 30 aprile la Lega araba ha denunciato il progetto di annessione, ma poiché Israele ha tessuto intricate relazioni con il mondo arabo basate su interessi strategici comuni, ora può agire liberamente.

La marcia verso l’annessione comincerà il 1 luglio. Il calendario è serrato poiché Netanyahu vuole approfittare della presenza del suo amico Donald Trump alla Casa Bianca almeno fino all’elezione di novembre. Trump, che ha già riconosciuto l’annessione del Golan siriano e trasferito l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, non rifiuterà nulla al suo alleato israeliano.

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In Israele soltanto ciò che resta delle “colombe”, paradossalmente nell’esercito e nei servizi segreti, giudica pericoloso questo percorso. Oltre naturalmente ai palestinesi, che denunciano una decisione che sbarra la porta a qualsiasi soluzione negoziata. Ma anche in questo caso i rapporti di forze favoriscono Israele.

Il vero problema riguarda il futuro. Cosa accadrà una volta che l’esistenza di uno stato palestinese sarà definitivamente impossibile? Avremo un solo stato anziché due? O una situazione di apartheid, parola che persino numerosi israeliani non esitano più ad utilizzare? Il primo passo è facile, i successivi molto meno.

(Traduzione di Andrea Sparacino)