03 ottobre 2020 09:56

Di sicuro non si può accusare Viktor Orbán di nascondere le sue carte. Il primo ministro ungherese ha appena pubblicato un testo simile a un manifesto, in cui rivendica con orgoglio il suo “illiberalismo”. Nonostante questo termine suoni molto male in Europa occidentale, il leader ungherese lo considera qualcosa di cui vantarsi e il simbolo di quella che considera una divergenza inconciliabile tra sé e le “élite globalizzate” che a suo parere controllano l’Unione europea.

Il manifesto, passato piuttosto inosservato all’estero, è stato pubblicato a settembre sulla stampa ungherese e ha sostituito il tradizionale discorso che il primo ministro pronuncia in occasione del raduno annuale degli ungheresi di Romania, annullato quest’anno a causa del covid-19. Il testo ha il merito di essere preciso sugli impegni, sulle battaglie e sui valori sostenuti da un uomo che si trova più che mai in prima linea nella guerra culturale tra liberalismo e conservatorismo. Orbán indica due campi di battaglia decisivi in questa “guerra”: gli Stati Uniti, dove spera che Donald Trump vinca le elezioni presidenziali del 3 novembre “perché conosciamo bene la politica estera imperialista e moralista delle amministrazioni democratiche”, e l’Italia, dove secondo lui si deciderà “l’avvenire dell’Europa, verso destra o verso sinistra”.

Alla vigilia delle elezioni europee del 2019, Orbán aveva sperato di ribaltare gli equilibri politici a favore di un’alleanza tra destra ed estrema destra, trainata dall’avanzata della Lega di Matteo Salvini in Italia e da quella del Rassemblement national di Marine Le Pen in Francia. Questo non è successo, e con grande disappunto di Orbán il centro di gravità dell’Unione è rimasto ancorato a un’alleanza destra-centro-sinistra a cui si sono aggiunti i liberali di Renew Europe.

Oltre ogni limite
Comodamente rieletto in patria, Orbán continua ad aspettare il suo momento affermando che con Bruxelles non è possibile alcuna intesa. “Non possono imporci la loro volontà, e noi non abbiamo modo di influire sulle loro trame spirituali, intellettuali e politiche”. Per questo continua a minare le fondamenta dell’odiata Europa, simile alla Russia e sottomessa all’influenza di George Soros, alla “grande sostituzione”, all’istruzione “gender” e alla “propaganda arcobaleno”. Orbán fa di tutta l’erba un fascio, oltrepassando i limiti della caricatura, dell’esagerazione e della menzogna. Ma non menziona nemmeno il contributo netto del bilancio europeo alle finanze ungheresi, che secondo diverse inchieste della Commissione avrebbe arricchito gli amici personali del primo ministro.

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La sfida di Orbán, dunque, continua ad avvelenare l’Europa. Insieme ai suoi alleati del partito Diritto e giustizia, al governo in Polonia, il premier blocca la ratifica del piano di rilancio europeo da 750 miliardi di euro chiedendo di rimuovere la clausola che vincola la concessione degli aiuti al rispetto dello stato di diritto.

È un atteggiamento irresponsabile di fronte alla crisi economica provocata dalla pandemia, ma soprattutto dimostra che ha paura di perdere i finanziamenti europei se lancerà un nuovo attacco alle libertà civili nel suo paese. Orbán continua a giocare sulle contraddizioni e le debolezze dell’Unione, non in nome del normale gioco democratico ma di una guerra culturale dichiarata. Non bisogna sopravvalutare questo avversario, ma nemmeno sottovalutarlo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)