Il 2 dicembre è stato il turno di Joshua Wong, il più conosciuto degli attivisti di Hong Kong, e due suoi colleghi. Il giorno dopo è toccato a Jimmy Lai, capo della stampa Jimmy Lai, boss del giornalismo notoriamente schietto. Una dopo l’altra, le figure emblematiche del movimento democratico di Hong Kong si ritrovano dietro le sbarre, una strisciante “normalizzazione” decisa a Pechino.

Jimmy Lai, il settantenne editore dell’Apple Daily, noto per la sua aperta ostilità al controllo di Pechino del territorio teoricamente autonomo, si era presentato alla stazione di polizia per un controllo di routine. È stato messo in custodia preventiva fino ad aprile per un banale affare di affitto; un ovvio pretesto per mettere da parte un personaggio ingombrante.

Joshua Wong ha appena 24 anni, ma è impegnato nell’attivismo fin dagli anni del liceo. Wong è stato condannato a tredici mesi e mezzo di prigione. Agnes Chow, 23 anni, e Ivan Lam, 26 anni, hanno ricevuto una condanna rispettivamente a dieci e sette mesi di prigione. Erano accusati di aver organizzato una manifestazione illegale davanti alla sede della polizia di Hong Kong, l’anno scorso. Tutti e tre si erano dichiarati colpevoli nella speranza di ottenere pene più leggere e sono stati condannati a pene carcerarie sproporzionate rispetto alle accuse.

All’uscita dal tribunale, mentre un blindato della polizia portava i tre giovani verso la struttura di detenzione, non sono mancate urla, lacrime e pugni alzati. Ma l’opposizione non ha alcun effetto davanti alla morsa decisa da Pechino e applicata con zelo dalle autorità del territorio teoricamente autonomo.

Normalizzazione rampante
Davanti ai giudici, Wong ha dichiarato con aria di sfida: “Questa non è la fine della battaglia”. Ma purtroppo è evidente che la Cina sia riuscita nella sua prova di forza nei confronti dei giovani attivisti, dei mezzi d’informazione indipendenti, dei giudici, delle università e dei parlamentari considerati sleali rispetto al governo cinese.

Questo ricorso a una normalizzazione rampante, anche se senza spargimento di sangue come invece era accaduto a piazza Tiananmen il 4 giugno 1989, ha permesso alle autorità di riprendere il controllo di un territorio popolato da sei milioni di persone che avevano deciso di esprimere la loro insoddisfazione. L’anno scorso alcune manifestazioni avevano riunito più di un milione di persone, e in alcuni casi la polizia aveva usato metodi violenti. Nel novembre 2019 le elezioni locali avevano assegnato una vittoria netta ai candidati democratici.

Questa generazione è la prima a essere cresciuta “cinese”, ma anche quella che ha mostrato il maggior attaccamento alla democrazia

Pechino ha accettato il rischio calcolato di violare l’impegno preso al livello internazionale, dopo la restituzione del 1997, di garantire per cinquant’anni l’autonomia di Hong Kong. Oggi la Cina ritiene di avere la forza sufficiente per ignorare le proteste internazionali, per altro deboli.

Wong è nato proprio mentre Hong Kong tornava nell’orbita cinese dopo l’epoca coloniale britannica. È il grande paradosso di questa generazione, la prima a essere cresciuta “cinese”, ma anche quella che ha mostrato il maggior attaccamento alla democrazia.

Il giovane Wong si è fatto conoscere a 14 anni conducendo una battaglia vittoriosa contro l’introduzione dei corsi di patriottismo al liceo, e successivamente organizzando la “rivoluzione degli ombrelli” del 2014, con cui la popolazione ha chiesto l’elezione degli amministratori del territorio a suffragio universale diretto.

Chiunque abbia visto Wong durante una manifestazione, riconosciuto e omaggiato da tutte le generazioni, può comprendere come questi ragazzi abbiano incarnato, per un momento, l’orgoglio di buona parte dei cittadini di Hong Kong, che si considerano diversi dai cinesi del continente.

Incarcerando Wong e i suoi compagni, Pechino invia un messaggio di fermezza al resto della società: la normalizzazione andrà fino in fondo. Il sogno democratico dei ragazzi di Hong Kong è stato infranto.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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