09 dicembre 2020 10:05

L’8 dicembre Margaret Keenan, cittadina britannica, è stata la prima persona a ricevere un vaccino anticovid in un paese occidentale. La Cina e la Russia somministrano i vaccini ormai da settimane, prima ancora di aver completato gli studi clinici.

La posta in gioco è prima di tutto sanitaria, e la pandemia e le sue conseguenze giustificano un’accelerazione delle procedure. Ma la questione è anche politica, per tutti.

Aspramente criticato per la sua gestione inaffidabile della pandemia, il premier Boris Johnson può vantarsi del fatto che il Regno Unito stia vaccinando la popolazione per primo, in anticipo perfino sugli Stati Uniti, paese d’origine del laboratorio Pfizer che ha fornito i vaccini insieme alla tedesca Biontech. Washington non l’ha sicuramente presa bene.

In tutto questo Londra si è preoccupata anche di alterare i fatti sostenendo che è grazie alla Brexit se il paese può vaccinare i suoi abitanti prima del resto del continente, quando in realtà il Regno Unito continua a seguire le regole dell’Unione europea. Il governo britannico, semplicemente, ha usato una clausola d’urgenza mentre i 27 paesi rimasti nell’Ue hanno preferito seguire la procedura classica, più lunga, per rassicurare gli scettici.

La pandemia non ha fermato le battaglie ideologiche e le rivalità tra le potenze

Tutti i governi, come conferma il caso della Francia, puntano molto sulla campagna di vaccinazione, e pagherebbero a caro prezzo eventuali errori logistici o un rifiuto consistente del vaccino da parte della popolazione per mancanza di fiducia.
Ma esiste anche un contesto planetario in quello che potremmo definire “nazionalismo dei vaccini”. La pandemia non ha fermato le battaglie ideologiche e le rivalità tra le potenze, come hanno dimostrato cinesi e statunitensi.

Il vaccino, chiave di volta per uscire dalla crisi sanitaria, non sfugge a questo ingranaggio. La Cina, dopo aver riscritto la storia della pandemia per far dimenticare le bugie iniziali e presentare un’epopea trionfale in gloria del suo capo supremo Xi Jinping, mette in atto una “diplomazia del vaccino” molto attiva. Pechino, infatti, propone i suoi vaccini ai paesi che fanno parte delle nuove “vie della seta”, che naturalmente saranno riconoscenti all’alleato cinese. Mosca fa lo stesso promettendo il suo Sputnik V a una quarantina di paesi.

L’Europa, per parte sua, è rimasta fedele ai suoi valori, favorendo in primavera la creazione dell’iniziativa Covax insieme all’Organizzazione mondiale della sanità per permettere a tutti, e non solo ai paesi ricchi, di accedere al vaccino. I cinesi hanno partecipato timidamente all’iniziativa, mentre gli Stati Uniti di Donald Trump ne sono rimasti completamente al di fuori.

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Il presidente statunitense uscente è andato avanti sulla strada dell’unilateralismo, e l’8 dicembre ha firmato un decreto esecutivo ordinando che gli americani ricevano il vaccino prima del resto del mondo. Il problema è che secondo il New York Times il mese scorso Trump si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di ordinare cento milioni di dosi del vaccino Pfizer.

È triste registrare questi conflitti su un tema che avrebbe potuto unire il pianeta per combattere un flagello che non conosce frontiere. È un’occasione persa che lascerà tracce profonde quando arriverà il momento di stilare un bilancio.

(Traduzione di Andrea Sparacino)