13 gennaio 2022 09:43

È una vicenda estremamente complessa che torna regolarmente in primo piano: il rapporto tra etica e politica, con i conseguenti interrogativi. Perché la soglia di tolleranza alle violazioni etiche è così diversa tra una società e l’altra? E perché alcuni personaggi o correnti politiche sembrano quasi impermeabili agli scandali?

Se c’è un uomo che sta mettendo alla prova questi limiti è sicuramente Boris Johnson, primo ministro britannico. Johnson, che non ha certo la reputazione di politico più etico del Regno Unito, si ritrova con le spalle al muro in una vicenda assolutamente contemporanea: è accusato di aver partecipato a una festa nella residenza ufficiale di Downing street nel maggio del 2021, dunque in pieno lockdown e violando le regole stabilite dal suo stesso governo per contrastare la pandemia.

Lo scandalo continua ad allargarsi dopo che le smentite iniziali sono state contraddette dalla pubblicazione di una serie di email private inviate dal segretario personale di Johnson a cento persone, con un invito che comprendeva la raccomandazione di “portare una bottiglia”. Messo alle strette, il 12 gennaio Johnson ha presentato le sue scuse al parlamento, tra richieste di dimissioni e una credibilità politica in caduta libera.

Contesti diversi
Intanto un’altra vicenda, di natura diversa, scuote la Svezia, paese già famoso per le dimissioni di una ministra colpevole di aver pagato una barretta di cioccolato con la carta di credito ufficiale. Stavolta nell’occhio del ciclone è finita la nuova prima ministra Magdalena Andersson, criticata per aver fatto ricorso a una collaboratrice domestica senza permesso di soggiorno.

La leader socialdemocratica ha spiegato di essere stata ingannata dalla società di servizi a cui si era rivolta, ma il danno ormai è fatto. Tanto più che i fatti cozzano con un discorso in cui Andersson aveva criticato l’usanza di cercare dipendenti di paesi lontani quando ancora troppi svedesi sono senza un lavoro.

I due contesti non sono simili. Nessun britannico è veramente sorpreso dal comportamento di Johnson, mentre gli svedesi puritani pretendono un comportamento esemplare dai loro dirigenti.

Ogni società ha le sue consuetudini… Restando in ambito europeo, nel continente abbiamo quadri morali e storie politiche differenti, con particolarismi che fanno sì che uno scivolone etico possa essere fatale in un paese e ininfluente in un altro. Per fare un esempio estremo, possiamo tranquillamente dire che una persona come Silvio Berlusconi, deciso a resuscitare la sua carriera politica in Italia, non avrebbe alcuna possibilità di farlo in Scandinavia.

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Ma ciò che preoccupa di più è la tolleranza mostrata dall’opinione pubblica nei confronti di personalità politiche che, posizionandosi “fuori del sistema”, sono perdonate nonostante le vicende personali discutibili e le accuse di corruzione. È come se il fatto di contrastare un sistema che non ispira più fiducia spingesse la popolazione a chiudere gli occhi davanti a comportamenti del tutto simili a quelli che fino a poco tempo prima erano condannati.

Tutto questo evidenzia comunque la necessità di un comportamento esemplare da parte dei politici. Ogni volta che questo concetto viene espresso, però, ci si sente rispondere che “non siamo mica in Svezia…”. Un pessimo argomento culturalista per continuare a farsi beffe della morale pubblica.

(Traduzione di Andrea Sparacino)