17 marzo 2022 10:10

A quale Volodymyr Zelenskyj dobbiamo credere? A quello che ha chiesto al congresso degli Stati Uniti di aumentare gli aiuti militari in un discorso drammatico in diretta dalla capitale ucraina bombardata? O a quello che ammette i progressi nei negoziati russo-ucraini su una possibile neutralità di Kiev?

Forse dovremmo credere a entrambi, perché il proseguimento della guerra e il progresso dei negoziati sono due facce della stessa crisi. Tutto si riduce ai rapporti di forza: militare, diplomatica e al tavolo delle trattative.

La conclusione è che almeno qualcosa si muove rispetto all’inizio dell’invasione russa, tre settimane fa: il presidente Zelenskyj ha ammesso pubblicamente che l’Ucraina non farà parte della Nato. Tutti lo sapevano fin dall’inizio, compreso Vladimir Putin, ma ancora non era arrivata un’ammissione formale.

La parola “neutralità” non è più tabù a Kiev, e questa è un’importante concessione offerta a Putin. Ma non è lontanamente sufficiente per fermare l’offensiva.

Il problema è che gli obiettivi di guerra sono cambiati: inizialmente Putin ha sollevato la questione della possibile adesione dell’Ucraina alla Nato, negando la legittimità dello stato ucraino e rivendicandone la “denazificazione”, ovvero l’eliminazione dei dirigenti e il disarmo del paese.

L’Ucraina non intende accettare la propria neutralità senza garanzie di sicurezza internazionali

Con il fallimento della fase iniziale dell’invasione, la Russia è tornata su “posizioni più realiste”. Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha perfino evocato per l’Ucraina uno status simile a quello della Svezia o dell’Austria, paesi neutrali senza alleanze né basi straniere sul proprio territorio, ma comunque dotati di un esercito.

Il negoziato non è ancora concluso, anche perché l’Ucraina non intende accettare la propria neutralità senza garanzie di sicurezza internazionali, per non rischiare una nuova invasione del potente vicino. Kiev chiede il ritiro delle truppe russe dai territori conquistati, in particolare nel sud. Difficile che questa richiesta venga soddisfatta.

La guerra, dunque, continua, e tra l’altro è ancora in fase di escalation. La battaglia per il controllo delle città è appena cominciata: oggi Mariupol e Charkiv, domani Odessa e infine Kiev, l’obiettivo finale. Putin non ha ancora ottenuto il trofeo che gli permetterebbe di essere più conciliante al tavolo del negoziato.

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Il timore è che davanti al costo sempre più alto di questa guerra per Mosca – a causa delle resistenza feroce degli ucraini, della consegna di armi da parte degli occidentali e delle sanzioni che colpiscono duramente la Russia – il padrone del Cremlino scelga di rilanciare.

Questo significherebbe bombardamenti ancora più massicci delle città e dunque un aumento del numero di vittime civili, con il rischio di un impiego delle armi chimiche, che la Russia possiede e non esita a usare.

Cosa accadrebbe in questo caso? Al momento nessuno può dirlo, ma in questo senso si spiega come mai Zelenskyj possa lanciare un appello agli statunitensi e al contempo rallegrarsi per un avanzamento del negoziato. L’arte della guerra ha molti volti, e Zelenskyj si sta rivelando un abile tattico.

(Traduzione di Andrea Sparacino)