15 giugno 2022 09:56

Quando un gigante ci lascia, ci spinge a riconsiderare la sua vita e le sue lotte. È il caso di Abraham B. Yehoshua, il grande scrittore israeliano morto il 14 giugno all’età di 85 anni. Nato nel 1936 a Gerusalemme, premio Médicis in Francia nel 2012, apparteneva a una generazione che si sta eclissando, insieme ad altri grandi nomi della letteratura come Amos Oz o Aharon Appelfeld, entrambi scomparsi nel 2018.

Con Yehoshua si chiude una pagina della storia, perché Israele e il Medio Oriente di oggi non hanno più molto in comune con il mondo vissuto dalla sua generazione. Yehoshua, che firmava i suoi libri con le iniziali del suo nome, A.B., o Alef-Bet in ebraico, ha partecipato a tutte le battaglie della sua epoca, da quella per la pace a quella per la laicità. E alla fine della sua vita si era convinto di averle perse tutte.

Come Amos Oz o David Grossman (nella generazione successiva) Yehoshua si è opposto alla colonizzazione dei territori palestinesi conquistati nel 1967. Tra gli omaggi arrivati il 14 giugno c’è quello di B’Tselem, l’organizzazione israeliana per la difesa dei diritti umani di cui faceva parte. B’Tselem ha salutato un intellettuale che aveva “dedicato il suo tempo e la sua energia all’uguaglianza, alla pace e ai diritti umani per tutti”.

I responsabili del fallimento
Per anni Yehoshua ha sostenuto con convinzione la soluzione dei due stati, quello di Israele e quello della Palestina. Tuttavia a metà degli anni dieci di questo secolo è arrivato alla conclusione che quella soluzione fosse ormai impraticabile data la presenza di mezzo milione di coloni israeliani in Cisgiordania.

A quel punto Yehoshua si è schierato a favore della soluzione di un unico stato in cui potessero vivere sia gli israeliani sia i palestinesi, una prospettiva che però pone altri problemi sulla possibilità che tutti gli abitanti di questo stato abbiano gli stessi diritti.

Come quello di Netanyahu, il governo di Naftali Bennet non ha alcun programma di pace con i palestinesi

In un’intervista concessa all’Obs, nel 2018, Yehoshua incolpava per questo fallimento il “caos mediorientale”, la “passività dell’Autorità palestinese”, “il ridimensionamento del campo della pace in Israele” e soprattutto la colonizzazione che tutti i governi israeliani hanno incoraggiato o tollerato. Come non condividere questa constatazione amara quando il centro di gravità della vita politica israeliana si è spostato verso la destra estrema? Oggi il governo di Naftali Bennet non ha alcun programma di pace con i palestinesi, così come non lo aveva quello del suo predecessore Benjamin Netanyahu.

La generazione di Yehoshua si è scontrata con le dure realtà del Medio Oriente. Il movimento per la pace è andato a sbattere contro il muro della violenza, dell’assenza di fiducia, delle ideologie e del peso sempre maggiore della religione nel conflitto, cosa che esasperava il laico Yehoshua. Lo scrittore ha avuto parole molto dure per Gaza in mano agli islamisti di Hamas e per gli ultraortodossi ebrei e la loro influenza sulla vita politica e sociale israeliana.

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Paradossalmente Israele ha trovato il suo posto in Medio Oriente con i nuovi rapporti stretti con i paesi del Golfo, senza avvicinarsi nemmeno lontanamente a una pace con i palestinesi.

Il clima internazionale, tra l’altro, non aiuta. Il 14 giugno Joe Biden ha annunciato che il mese prossimo andrà in Israele, nei Territori palestinesi e in Arabia Saudita. Tuttavia né gli Stati Uniti né gli europei hanno la minima intenzione di occuparsi della questione palestinese, che non compare sui loro radar. Abraham Yehoshua lo aveva capito molto bene.

(Traduzione di Andrea Sparacino)