A chi tocca? Potrebbe sembrare un modo un po’ triviale di considerare cosa succederà dopo l’intervento statunitense in Venezuela, se non fosse che è stato proprio Donald Trump a dare il via a questo gioco al massacro, a bordo dell’aereo che lo portava dalla sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida, a Washington.

A colpire è prima di tutto la leggerezza con cui il presidente degli Stati Uniti, parlando a ruota libera con i giornalisti che gli piazzano davanti microfoni compiacenti, indica gli obiettivi della sua amministrazione. Parliamo di paesi sovrani di cui vorrebbe rovesciare il governo, come la Colombia e Cuba, che secondo Trump è “pronta a cadere”. Tutto questo in nome della nuova “dottrina Monroe”, rinominata “Donroe” in omaggio a Donald. Secondo il presidente il potere egemonico di Washington sulle Americhe “non verrà mai più messo in discussione”.

Nella lista c’è un errore o, piuttosto, un difetto: la Groenlandia, che Trump sostiene debba appartenere agli Stati Uniti e di cui intende occuparsi tra una ventina di giorni. Piccolo dettaglio: al contrario dalle altre “prede” designate da Trump, che non sono paesi amici degli Stati Uniti, la Groenlandia è un territorio dipendente dalla Danimarca, paese della Nato e dell’Unione europea oltre che uno degli alleati più fedeli di Washington.

Questo, però, sembra che non faccia nessuna differenza per Trump. Ed è qui che nasce il problema. La rivendicazione della Groenlandia, che un anno fa poteva sembrare una sorta di scherzo, oggi è diventata imbarazzante. Il 5 gennaio la prima ministra danese Mette Frederiksen ha sottolineato che a questo punto è doveroso prendere sul serio Trump, mentre il primo ministro della Groenlandia Jens Frederik Nielsen ha parlato di “fantasmi di annessione”.

Oggi nessuno si sorprenderebbe se gli Stati Uniti forzassero una destabilizzazione del regime cubano, ma riuscite a immaginare cosa potrebbe rappresentare un colpo di mano contro un paese della Nato? Secondo Frederiksen sarebbe la fine dell’alleanza atlantica.

Se vogliamo credere alle parole di Trump, restano venti giorni per fargli cambiare idea. Il comandante in capo della Nato, un generale statunitense, si trova a Parigi per una conferenza sull’Ucraina. Sarebbe nella posizione ideale per spiegare a Trump che questo comportamento non va bene.

Rivedere i piani

La settimana scorsa il presidente degli Stati Uniti aveva minacciato di far intervenire il suo esercito anche a Teheran se il regime iraniano dovesse uccidere i manifestanti che protestano da giorni. Prima dell’operazione in Venezuela le sue parole potevano sembrare poco credibili, ma ora i leader della repubblica islamica dovranno rivalutare i propri piani di sopravvivenza. Anche loro hanno capito che bisogna prendere sul serio Trump.

In realtà è il mondo intero a dover riconsiderare le proprie certezze, con un presidente statunitense inebriato dalla sua potenza militare e totalmente senza freni. Quali conclusioni dovrà trarne Xi Jinping? Senza dubbio non penserà di avere via libera a Taiwan, perché non è detto che gli Stati Uniti consentano ad altri di comportarsi in Asia come gli Stati Uniti fanno nel loro “cortile”. La lezione, piuttosto, potrebbe essere che la Cina non è ancora pronta al confronto e deve continuare ad armarsi.

Privilegiando il ricorso alla forza rispetto al diritto, Donald Trump mette fine definitivamente all’ordine internazionale ereditato dalla seconda guerra mondiale. Il seguito è ancora da scrivere, ma sappiamo già che non sarà né pacifico né equo. Oggi nessun paese e nessun popolo possono resistere al capo della prima potenza mondiale, che ha la volontà e i mezzi per imporre la sua legge al resto del mondo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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