In Iran non esiste uno scenario “buono” per l’uscita dalla crisi. Immaginare una caduta del regime dei mullah con una quantità minima di violenza e un futuro immediato stabile e relativamente democratico è un’utopia assoluta. Niente nella storia e nella natura del regime ha preparato la Repubblica islamica a un atterraggio tranquillo. Al contrario, tutto sembra spingere il paese verso la violenza.
Lo dimostra il modo in cui negli ultimi giorni il regime di Teheran ha scelto la repressione a oltranza contro la rivolta popolare, esplosa a dicembre a partire da rivendicazioni economiche che lo stesso presidente iraniano Pezeshkian aveva definito legittime.
Il bilancio delle vittime ha già raggiunto cifre da record nella lunga storia della violenza in Iran: 2.500 morti confermati secondo un’organizzazione per la difesa dei diritti umani, almeno cinquemila secondo altre fonti. Il 14 gennaio il capo del sistema giudiziario Gholam-Hossein Mohseini-Ejei ha invitato i tribunali a giudicare rapidamente le persone arrestate nel corso delle manifestazioni (circa diecimila) lasciando presagire numerose condanne a morte ed esecuzioni, come succede spesso in Iran.
Questo clima, che non riusciamo a valutare con precisione a causa del blackout delle comunicazioni, è la conseguenza di un regime pronto a tutto per sopravvivere.
Teheran riuscirà a riprendere il controllo della situazione? È uno scenario possibile. D’altronde questo è stato l’esito della rivolta del 2019 e di quella del 2022 costruita attorno al movimento “Donna, vita, libertà” in seguito alla morte di Mahsa Amini nel 2022, in entrambe le occasioni dopo centinaia di morti. Oggi, però, la situazione in Iran è talmente precaria che il regime può sperare solo in una tregua prima della prossima crisi.
La prospettiva peggiore
La situazione attuale è particolarmente dura e gravosa per il regime, già considerevolmente indebolito dalla guerra dei dodici giorni con Israele e gli Stati Uniti dell’anno scorso, dal crollo della sua rete di alleanze e dalle sanzioni internazionali.
A complicare le cose c’è la pressione esercitata da Donald Trump, che ha promesso di aiutare i manifestanti (anche se non ha precisato in che modo) e dunque è costretto ad agire. Il presidente degli Stati Uniti può condizionare tutti i possibili scenari, in modo imprevedibile e non necessariamente positivo.
La prospettiva peggiore è senz’altro quella della guerra civile. Alcuni analisti di questioni iraniane e mediorientali temono molto uno sviluppo di questo tipo. La situazione ricorda la discesa all’inferno della Siria dopo le manifestazioni della primavera araba del 2011: un regime determinato a sopravvivere anche facendo terra bruciata; dei manifestanti pacifici che cominciano ad armarsi.
In Siria questo ha formato un ingranaggio mortale per più di un decennio. Nel caso dell’Iran la catastrofe sarebbe in scala con un paese di 90 milioni di abitanti, dove vivono varie minoranze (come i curdi e i beluci) che hanno già costituito movimenti separatisti armati.
Nell’estate del 2011 pensavo, come molti altri, che il potere del dittatore siriano Bashar al Assad avesse i giorni contati. Poi, a Beirut, incontrai il leader druso Walid Joumblatt, che mi disse: “Dovrai ricrederti, resisterà almeno dieci anni”. Alla fine ce ne sono voluti tredici, e più di mezzo milione di morti. Una dittatura con le spalle al muro non ha più niente da perdere. Questo è il principale pericolo che incombe sull’Iran.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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