La schermidora olimpionica statunitense Ibtihaj Muhammad con la sua Barbie, a New York, 13 novembre 2017. (Craig Barritt, Glamour/Getty Images)

Anche Barbie ha diritto di indossare il velo

La schermidora olimpionica statunitense Ibtihaj Muhammad con la sua Barbie, a New York, 13 novembre 2017. (Craig Barritt, Glamour/Getty Images)
30 novembre 2017 13:29

Di recente è stata presentata al mondo una nuova Barbie. Fa parte della serie Barbie Sheroes (una parola composta da she, lei, e hero, eroe, pensata per indicare dei modelli femminili per le bambine) ed è stata ideata per celebrare la schermidora olimpionica statunitense Ibtihaj Muhammad.

Come Ibtihaj, che è musulmana, la bambola indossa un hijab. Ha anche una spada ed è abbigliata con l’equipaggiamento da scherma. A differenza di altre Barbie, come quelle ispirate alle star di Hollywood o di Broadway incluse nella serie, questa nuova bambola ha ricevuto molta attenzione in un’America in cui i sospetti nei confronti dei musulmani sono stuzzicati di continuo dall’amministrazione Trump.

Ann Coulter, conduttrice di talk show conservatrice e fervente sostenitrice di Trump, ha immediatamente soprannominato la Barbie in hijab “Jihadi Barbie”, tracciando, come tanti altri sostenitori del presidente degli Stati Uniti, un collegamento indelebile tra tutti i possibili aspetti dell’identità religiosa musulmana.

In base a questo calcolo politico, tutte le donne che indossano un hijab, e a dire il vero tutte le musulmane, sono jihadiste che vogliono attaccare le libertà americane. Com’era prevedibile, l’altra parte dell’America, ossia i milioni di persone che si oppongono a Trump e alla politica dell’islamofobia che ha condotto alla sua elezione, ha subito accolto con entusiasmo l’ultima Barbie Shero e il suo hijab.

In un mondo devastato da guerre, in cui i bambini muoiono di fame e arrivano morti sulle spiagge, una bambola è qualcosa di estraneo

Mentre gli americani si accapigliano discutendo su chi debba essere considerata una shero, sulla possibilità che una shero possa indossare un hijab, o sul fatto che chiunque indossi un hijab sia dedito al jihad violento, è facile dimenticare che nei paesi a maggioranza musulmana il dibattito potrebbe basarsi su parametri diversi.

Per esempio la possibilità che le donne musulmane abbiano la libertà di non portare l’hijab, se sia possibile essere una brava musulmana senza coprirsi i capelli o, al contrario, se tutte le donne che si coprono i capelli sono automaticamente delle buone e virtuose donne musulmane. Le pressioni – e in alcuni paesi le leggi –spingono nell’altra direzione, esigendo e facendo rispettare un atteggiamento di modestia e punendo chi va controcorrente con molestie, pubblico ostracismo e accuse di atteggiamenti moralmente rilassati.

In questo clima, l’ennesimo dibattito sull’obbligo di indossare l’hijab offre un altro argomento a tutti gli uomini e a tutte le donne che vogliono dirci in cosa credere e soprattutto cosa indossare. Solo chi è stata vittima di questo tipo di schermaglia, chi è stata indotta a sentirsi una musulmana di serie B, chi ha visto il suo carattere e la sua fede messi in discussione e giudicati da sconosciuti ed estranei può sapere quanto tutto questo possa essere invadente e doloroso.

Ma nessuno nel mondo musulmano, né i predicatori che impongono l’hijab né le fedeli che provocano la loro ira perché non lo indossano, è importante più di tanto nel dibattito relativo a una Barbie. Prima di tutto perché in un mondo devastato da guerre e fughe di massa, in cui i bambini muoiono di fame e arrivano morti sulle spiagge, la promessa di una bambola, per di più costosissima, che indossi o meno l’hijab, è qualcosa di completamente estraneo. Nei luoghi che riguardano questi milioni di persone, le aziende americane sono note per diverse cose, dalle trivellazioni petrolifere alla fabbricazione di bombe e ai tira e molla degli aiuti umanitari, ma di certo non per le bambole di plastica.

Tra i musulmani occidentali, chi apprezza la bambola fa parte di minoranze prese di mira, guarda con orrore gli attentatori guidare furgoni e autobus contro la folla, e osserva con sconcerto i politici xenofobi di destra che pretendono la messa al bando dei musulmani. La stessa Ibtihaj ha dichiarato che la bambola l’ha fatta sentire inclusa, viste tutte le volte in cui si è invece sentita esclusa. Indubbiamente molte ragazzine musulmane in occidente che indossano l’hijab avranno provato le stesse sensazioni.

Le Barbie, nonostante tutto, non sono state simbolo di femminismo o di conquiste femminili

Proprio di recente alcune fonti giornalistiche britanniche hanno riferito che i poliziotti hanno ricevuto istruzioni di indagare sulle alunne di scuola elementare che indossavano l’hijab. L’ipotetica premessa ufficiale era che le bambine sarebbero troppo piccole per essere obbligate a indossare il velo; quella più probabile è che stavano cercando di appurare se i genitori potessero essere indagati per le loro idee fondamentaliste. Per queste bambine, avere un modello come Ibtihaj e la bambola che le rende omaggio potrebbe creare con il gioco un processo di accettazione che manca loro nella vita reale.

La vita reale, perfino nei luoghi in cui le Barbie hanno un senso, è molto più complicata. Le Barbie, nonostante la loro recente svolta nell’omaggiare le atlete, le drammaturghe, le cantanti, non sono state certo simbolo di femminismo né di semplicità o di conquiste femminili. Per decenni dopo la comparsa della prima Barbie sugli scaffali dei negozi, le dimensioni corporee della bambola hanno rappresentato una grottesca esagerazione di quelle femminili, un’esagerazione che, secondo le critiche delle femministe, avrebbe inculcato nelle bambine che ci giocavano idee discutibili sui corpi femminili.

A questo si aggiunga il fatto che le bambole, fino a non molto tempo fa, vendevano un ideale di bellezza bianco e caucasico, con capelli biondi e occhi azzurri, una bambola che in pratica diceva alle bambine che non combaciavano con quello stereotipo di non essere belle.

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Negli ultimi anni la Mattel, l’azienda che ha creato Barbie, si è resa conto delle critiche e ha prodotto Barbie brune e nere che praticano sport e vanno a lavoro. Fino a non molto tempo fa le Barbie non bianche costavano meno delle Barbie bionde con gli occhi azzurri.

Perfino la stessa Ibtihaj è sensibile a queste realtà e nella sua dichiarazione ha sottolineato di aver lavorato con la Mattel per assicurarsi che la Barbie con l’hijab avesse le gambe più grosse. Essendo un’atleta, infatti, le sue gambe sono più forti e grosse rispetto a quelle della solita Barbie. Grazie, Ibtihaj. Magari non saranno state trasformate tutte le Barbie, ma una almeno sì.

Come hanno sottolineato molte femministe musulmane (che in alcuni casi indossano l’hijab e in altri no), l’hijab può essere femminista. Dopo tutto, è un tessuto che si fa carico dei valori morali e delle credenze della donna che lo indossa. Il caso di Barbie è più complicato: può essere considerato un atto femminista il tentativo di un’azienda di ridisegnare un prodotto destinato ad aumentare i suoi profitti e che promuove concetti molto ristretti di bellezza e di ciò che le donne possono fare? Le donne musulmane hanno davvero così bisogno di essere riconosciute come forti e belle da doversi spingere a congratularsi con la Mattel? Ogni donna deve decidere per conto suo se indossare o no l’hijab.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul quotidiano pachistano Dawn.

Il mio velo è una scelta femminista


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