10 gennaio 2015 16:29

L’attacco di mercoledì scorso contro il giornale satirico francese Charlie Hebdo, in cui sono state uccise 12 persone, ha naturalmente provocato in tutto il mondo una grande ondata di solidarietà nei confronti del giornale e, più in generale, della libertà di stampa e di espressione, oltre che a molte condanne degli attacchi da parte di musulmani in Europa e nel resto del mondo.

Reazioni di questo tipo e di questa intensità si sono già avute in altre occasioni, per esempio con l’opera di Salman Rushdie o con la polemica sulle vignette danesi, quando l’impegno dell’occidente a favore di un’assoluta libertà di espressione è entrato in conflitto con le sensibilità islamiche sulle rappresentazioni del profeta Maometto, ritenute offensive e blasfeme.

Il fatto che questo complicato dramma continui a ripetersi a distanza di qualche anno mi fa pensare che il prevalere di posizioni forti sulla questione libertà/blasfemia ci hanno impedito di concentrarci sulle cause più profonde di questo e di altri casi. La violenza criminale contro obbiettivi occidentali da parte di musulmani adirati in risposta a quello che secondo loro è un comportamento inaccettabile nei confronti del profeta Maometto è con tutta evidenza un comportamento criminale che non può essere tollerato in alcun modo. Le rappresentazioni canzonatorie occidentali del profeta Maometto offendono allo stesso modo gran parte dei musulmani, anche se solo in pochi reagiscono con violenza criminale.

Ribadire questi dati di fatto basilari ogni volta che si verifica un incidente violento non fa altro che perpetuare il ciclo della violenza. Mi viene il dubbio che questo accada perché le rappresentazioni offensive dei valori della fede islamica secondo i musulmani e l’accanito impegno occidentale a favore della libertà di stampa e di espressione rappresentino solo la superficie delle questioni in gioco e non affrontano gli elementi più profondi di quello che è diventato un ciclo globale di sentimenti, malcontento e azioni da parte di molti attori in tutto il mondo.

Il punto di partenza migliore per cominciare a comprendere alcune di queste questioni di fondo ci viene offerto dai due cittadini francesi di origine algerina, Chérif e Saïd Kouachi, che sono i principali sospettati di quest’ultimo atto criminale. Le loro esperienze di vita e le azioni più recenti fotografano bene la rete complessa di forze sottostanti che ci hanno portati al punto in cui un gruppetto relativamente piccolo di fanatici islamisti conducono attacchi criminali contro obbiettivi in occidente e, soprattutto, nell’area arabo-islamica, e la risposta globale si concretizza soprattutto in azioni poliziesche e militari e nella difesa a gran voce delle libertà personali. Contemporaneamente, ci troviamo davanti a un’ondata crescente di sentimenti anti-islamici tra molte persone in occidente – ancora di più questa settimana – e con il timore diffuso tra la maggior parte dei musulmani di essere visti sempre di più come minacce alla sicurezza e come estranei.

Le vite, i comportamenti e le azioni dei fratelli Kouachi riflettono molti altri elementi che vanno oltre la libertà e la blasfemia e che rendono difficile oggi trovare la strada per ridurre le tensioni e gli episodi di violenza in questo universo che abbraccia le società occidentali e quelle arabo-islamiche. Dobbiamo indagare più in profondità per comprendere le ragioni per cui a distanza di qualche anno tendiamo a ripetere questi episodi di tensione, estremismo e morte, nonostante i miliardi di miliardi di dollari spesi per le misure di sicurezza negli ultimi due decenni e le iniziative interreligiose benintenzionate ma (purtroppo) in larga misura marginali.

Non penso che i killer di Charlie Hebdo avessero in mente le libertà democratiche occidentali che, a quanto pare, odiavano così tanto da spingersi fino ad assassinare dei giornalisti francesi. Credo invece che fossero motivati da una confusa combinazione di influenze ed esperienze il cui centro di gravità comprende, a sua volta, una problematica combinazione di forze e azioni in atto in diversi continenti. Tra queste, soprattutto l’ascesa di organizzazioni islamiste violente come Al Qaeda e il gruppo Stato islamico; il malgoverno in molti paesi a maggioranza araba e musulmana (Pakistan, Afghanistan) da parte di regimi corrotti, dinastici e militari; la marginalizzazione e la criminalizzazione di alcuni immigrati nei paesi occidentali (dove la maggior parte degli immigrati si sono adattati bene, a differenza di alcune sacche di giovani disperati e alienati); operazioni militari condotte da paesi occidentali in diversi territori arabo-asiatici, soprattutto nel contesto delle guerre in Iraq e Afghanistan, e qualche altro fattore correlato che rientra in queste categorie più ampie.

Questa rete di forze ci aiuta a comprendere perché fenomeni politici o psicologici come la violenza dei fratelli Kouachi emergono e continuano a diffondersi in tutto il mondo, ma non ci aiuta a capire razionalmente i loro crimini, che devono essere affrontati innanzitutto con un completo dispiegamento della forza della legalità in tutto il mondo. Sventolare le bandiere fortemente emotive della libertà e della blasfemia non fa altro che intensificare e ampliare i cicli di rabbia, paura e violenza. Dichiarazioni profondamente emotive come “Je suis Charlie” sono comprensibili e sincere, ma non contribuiranno a prevenire altre morti, perché ignorano le ragioni di fondo per le quali dei giovani si sono trasformati in folli fanatici e assassini.

Occorre un processo analitico molto più approfondito per individuare quel terreno intermedio tra le azioni di polizia globali per combattere il crimine; le strategie politiche, militari e diplomatiche che coinvolgono paesi occidentali e arabo-islamici; la comprensione sociologica e le strategie correttive per affrontare l’alienazione giovanile in entrambe le aree del mondo; e sistemi di governo migliori nei paesi arabo-asiatici, che restano il fulcro di questo universo raccapricciante – e in espansione – in cui i fratelli Kouachi, insieme forse a decine di migliaia di altri, sono vissuti, hanno ucciso e sono morti. È arrivata l’ora di mostrare una maggiore serietà e una maggiore capacità di concentrazione sulle vere motivazioni della tensione e della violenza che affliggono l’universo multinazionale e transcontinentale in cui i fratelli Kouachi vivevano.