Poliziotti danesi perquisiscono un appartamento a sud di Copenaghen, durante un’operazione antiterrorismo, il 7 aprile 2016. (Asger Ladefoged, Scanpix Denmark/Reuters/Contrasto)

La minaccia dello Stato islamico non sparirà insieme al califfato

Poliziotti danesi perquisiscono un appartamento a sud di Copenaghen, durante un’operazione antiterrorismo, il 7 aprile 2016. (Asger Ladefoged, Scanpix Denmark/Reuters/Contrasto)
10 giugno 2016 10:14

Fin da quando ha dichiarato un moderno califfato nel territorio che controlla in Siria e in Iraq, il gruppo Stato islamico (Is) ha annunciato ai suoi seguaci che avrebbe resistito e si sarebbe espanso. Al contrario, io ho sempre creduto che il radicamento territoriale dell’Is sarebbe durato solo finché i suoi molti nemici non avrebbero coordinato le azioni militari per combatterlo, come sta cominciando a succedere in Siria, Iraq e Libia. Tuttavia, anche se “stato” crollerà, l’Is non scomparirà.

Questo perché, a lungo termine, la dimensione più profonda dell’Is potrebbe non essere quella territoriale, com’è stato negli scorsi due anni, bensì la forza dell’identità e delle affiliazioni politiche in aree anche molto distanti tra loro. In altri termini, quel che importa all’Is e che gli permetterà di sopravvivere per un certo periodo è l’opinione comune tra tante persone in tutto il mondo che ormai hanno perso fiducia nelle loro istituzioni politiche, religiose, sociali ed economiche e che vedono nell’Is un’alternativa per dare senso alle loro vite ora e nell’aldilà.

Attività decentralizzate e virtuali

L’Is è emerso in varie forme e con diversi nomi negli ultimi dieci anni. D’ora in avanti potrebbe sopravvivere attraverso i suoi sostenitori che operano in modo indipendente e decentralizzato in tutto il mondo. Invece che come un califfato formale dotato di istituzioni statali, potrebbe presto diventare la più grossa setta islamista radicale e criminale virtuale al mondo.

Continuano ad arrivare segnali allarmanti del modo in cui il gruppo terroristico si sta decentralizzando, organizzandosi in piccoli gruppi che agiscono localmente, spesso conoscendosi appena o ignorandosi del tutto, come abbiamo visto in Europa. Recentemente l’Nbc riferiva che secondo un alto funzionario belga circa cento combattenti dell’Is sono tornati in Belgio dopo l’addestramento militare e l’esperienza diretta sui campi di battaglia, e potrebbero pianificare nuovi attacchi terroristici.

Un’altra fonte di preoccupazione è stata la notizia secondo cui 82 persone assunte per rafforzare l’apparato di sicurezza in vista degli europei di calcio che stanno per cominciare in Francia sarebbero state incluse nelle liste dei potenziali terroristi francesi. Se la cosa fosse confermata, e se anche solo alcune di queste persone fossero combattenti dell’Is o di altri gruppi violenti, sarebbe davvero un pessimo segnale. Il più alto funzionario di polizia dell’Unione europea, il direttore di Europol Rob Wainwright, ha detto che il rischio di un attacco terroristico dell’Is durante gli europei è elevato.

Le notizie che vengono dalle Filippine fanno ipotizzare la nascita di un altro emirato dell’Is nel paese

Identificare e neutralizzare i membri dell’Is che potrebbero pianificare attacchi terroristici in Europa o altrove è una sfida molto più difficile rispetto alla lotta contro Al Qaeda che va avanti da 25 anni, per due ragioni. Il peggioramento delle condizioni economiche e politiche in decine di paesi amplia il bacino di potenziali reclute. Inoltre migliaia di jihadisti europei duramente addestrati, indottrinati e impiegati in battaglia nello “Stato islamico” tornano a casa con maggiori capacità rispetto alle prime ondate di terroristi.

Un aspetto chiave della loro organizzazione è agire in piccolo gruppi non necessariamente collegati a reti più ampie. Recentemente in Libano è emerso che tre piccoli gruppi di militanti dell’Is sono stati arrestati in luoghi diversi prima di poter eseguire gli attentati che avevano pianificato. A quanto pare nessuna delle cellule era al corrente dell’esistenza delle altre due, il che significa che ci sono altre cellule attive. La buona notizia è che i sistemi di sicurezza e intelligence, in Libano e al livello internazionale, stanno diventando sempre più efficienti.

Il problema è globale. Il ministro della difesa di Singapore ha dichiarato che negli ultimi tre anni l’Is ha reclutato più militanti tra i paesi dell’Associazione delle nazioni del sudest asiatico (Asean) di quanto avesse fatto Al Qaeda nel decennio precedente. Più di mille combattenti dei paesi Asean sarebbero stati in Iraq e Siria, e molti di quelli che tornano a casa manterrebbero legami ideologici con l’Is.

Attaccare le radici invece dei sintomi

Sono decenni che gruppi estremisti locali come Abu Sayyaf sono attivi nel sudest asiatico, e le notizie che vengono dalle Filippine fanno ipotizzare la nascita a breve di un altro “emirato” dell’Is nel paese. Gli affiliati dell’Is sono attivi in parti dell’Africa centrale e settentrionale. Come reagiranno le migliaia di membri di simili gruppi radicali in aree vulnerabili del mondo quando la roccaforte dell’Is tra Siria e Iraq sarà smantellata? Riveleranno la stessa capacità di resistere ed espandersi nelle aree di caos dimostrata da Al Qaeda dopo la distruzione delle sue basi in Afghanistan?

Questa lunga guerra non sarà vinta sconfiggendo il nemico sul piano militare, ma dando a centinaia di milioni di persone l’opportunità di vivere una vita dignitosa nelle loro comunità d’origine, senza dittatori nazionali corrotti, colonizzatori provenienti dai paesi vicini o eserciti stranieri che li attaccano. Nessun vero passo avanti è stato fatto sul fronte fondamentale della vera guerra al terrorismo: attaccare ed estirpare le radici del terrorismo, invece di schiacciare i suoi sintomi per poi seminarli in giro per il mondo, dove tornano a germogliare nelle fertili terre innaffiate da dittatori, colonizzatori e invasori stranieri.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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