Che fine fanno i soldi dei nostri fondi pensione? 

08 giugno 2015 16:27

Ormai è nell’aria, anche prima dell’arrivo delle famose buste promesse da Tito Boeri ai lavoratori più giovani: la pensione pubblica del futuro arriverà tardi e sarà bassina. Non per tutti, ma per molti. Quel che si sa di meno è che qualcuno sta già, per conto suo, cercando ripari: nel 2014, anno in cui l’Italia era ancora con tutti e due i piedi nella recessione, c’è stato un comparto che ha fatto segnare un più 8,5 per cento, ed è quello della previdenza integrativa. Al suo interno, le polizze delle assicurazioni private sono cresciute ancora di più: del 21,2 per cento.

Oggi nel complesso i lavoratori italiani iscritti a qualche fondo pensione o ad assicurazioni individuali sono il 27,7 per cento del totale: ancora lontani dall’obiettivo della riforma Dini (che voleva portare nel pilastro privato delle pensioni il 40 per cento dei lavoratori), ma comunque con un’accelerazione inaspettata in tempi di crisi. Cos’è successo? È una buona notizia o no? E che ne fanno, fondi e assicurazioni, dei contributi dei loro iscritti? Per fare il punto sulla questione è utile il Rapporto sullo stato sociale 2015, curato dall’economista Felice Roberto Pizzuti e presentato l’8 giugno a Roma. Il rapporto avanza una proposta: perché non affidare anche la previdenza integrativa all’Inps?

In Italia ci sono tre tipi di pensione “privata”: quella affidata a un fondo di categoria, previsto dai contratti nazionali e cogestito da imprese e sindacati (“fondi negoziali”); quella affidata ai “fondi aperti”, creati da banche, assicurazioni e altre entità finanziarie; e le polizze assicurative con finalità previdenziali (“Pip”), ad adesione individuale. Il piccolo boom dello scorso anno non ha interessato affatto i fondi negoziali, mentre c’è stato un forte aumento della previdenza privata-privata: in numero di iscritti, i fondi collettivi hanno perso lo 0,3 per cento, quelli aperti hanno guadagnato il 7 per cento, le assicurazioni individuali il 15 per cento. Lo scorso anno le nuove polizze sono state 320mila. Questo perché? Forse i lavoratori si sono fatti due conti e hanno visto che la cosa conveniva?

Sono risparmi degli italiani, e vanno quasi tutti all’estero

In realtà sono stati vari fattori a spingere il fenomeno, si legge tra le tabelle del rapporto, che mostrano che tra i rendimenti delle varie gestioni non c’è stata grande differenza, mentre diversi (ma non sempre conosciuti da chi sottoscrive) sono i costi. Quanto alle aspettative per il futuro, di certo il miglioramento del clima sui mercati dei titoli e delle azioni ha influito. Secondo il rapporto però sarebbe meglio che i fondi e soprattutto le assicurazioni private fossero tenuti a pubblicare in termini più trasparenti i loro costi amministrativi, e soprattutto a fare diverse ipotesi sul futuro.

Attualmente le loro simulazioni (quelle che presentano ai clienti quando vanno a firmare un contratto) si basano sull’ipotesi che in media i titoli renderanno il 2 per cento e le azioni il 4 per cento: ipotesi decisamente ottimistiche, dice il rapporto, ma accettate dall’autorità che controlla il settore, la Covip.

Fondi poco patriottici
Non sono dati da sottovalutare. La previdenza complementare ha un patrimonio di 130 miliardi, e un flusso annuale di 12. Sono risparmi degli italiani e vanno quasi tutti all’estero.

In Italia i gestori di fondi e assicurazioni non si fidano né degli impieghi pubblici né di quelli privati. La cosa è particolarmente clamorosa per i fondi negoziali, nei cui consigli siedono rappresentanti di quelli che dovrebbero difendere il lavoro e le imprese in Italia: viene fuori che solo l’1 per cento del loro patrimonio (e il 4 per cento dei flussi complessivi investiti in azioni) va a capitale azionario italiano.

Non va meglio ai titoli pubblici nazionali: l’investimento in titoli di debito dello stato italiano è, per i fondi negoziali, di appena il 29 per cento (meno della metà rispetto a prima della crisi). Fanno un po’ meglio i fondi aperti, che investono quasi la metà del loro portafoglio titoli in Italia, e, quanto alle azioni, l’8,4 per cento.

Si dirà (e si dice): i fondi devono fare affari e difendere i soldi dei lavoratori che glieli hanno affidati, dunque andare dove il denaro rende di più o è più sicuro. Ma questo comportamento stride con le promesse legate all’avvio della previdenza complementare – che doveva anche rilanciare la borsa italiana, si disse – e con il fatto che, come ha certificato di recente anche la Banca d’Italia, il principale ostacolo alla ripresa è oggi proprio la carenza di investimenti.

Di qui una proposta, contenuta nel rapporto: portare fondi e assicurazioni a investire in Italia, per esempio con un meccanismo di finanziamenti garantiti, dentro un piano di sviluppo partecipato da un ente pubblico come la Cassa depositi e prestiti o con degli appositi minibond.

C’è poi un’altra proposta, più rilevante per i problemi quotidiani dei tanti che prevedono una bassa pensione. Seguendo le varie simulazioni del rapporto, si vede che il pericolo di avere una pensione da fame, poco sopra l’assegno sociale, è legato soprattutto al fatto di cominciare a lavorare tardi, con carriere discontinue e part time. Caratteristiche assai comuni, che spesso si accompagnano a lavori da ottovolante, che vanno su e giù, con le loro paghe.

Tra le varie altre misure per tutelare i futuri pensionati, il rapporto ne propone una pensata proprio per queste tipologie di lavoratori: permettere a chi lo vuole di integrare la sua pensione pubblica versando dei contributi in più, quando è possibile, allo stesso sistema pubblico, cioè all’Inps.

In sostanza: se un anno guadagno di più, posso scegliere di versare più contributi. Sarebbe più semplice, e costerebbe di meno, che aprire polizze individuali ad hoc: in ogni caso, perché non dare ai lavoratori la possibilità di scegliere, e al sistema pubblico anche questo compito?

Tra l’altro, la legge per la concorrenza ha aumentato notevolmente la competizione tra fondi chiusi, aperti e negoziali, prevedendo il passaggio dall’uno all’altro senza condizioni né criteri di ammissione. A questa concorrenza accanita di assicuratori e fondi per conquistarsi il risparmio previdenziale si aggiungerebbe, nel caso, l’offerta dell’Inps.

Un pachiderma tra i velocisti, che però potrebbe riservare qualche sorpresa, almeno secondo i conti e i costi presentati nelle tabelle del rapporto.

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

Quello che resta
Maysa Moroni
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.