12 agosto 2015 17:58

Per capire come mai l’annuncio della svalutazione cinese abbia causato la caduta dei titoli dell’auto e del lusso italiani ed europei, basta dare un’occhiata all’ultimo bollettino sul nostro commercio estero, diffuso proprio ieri dall’Istat, mentre i mercati finanziari erano in fibrillazione per gli effetti (e per le scommesse sugli effetti) della decisione di Pechino. Vi si trovano i numeri dell’import-export di giugno, che già annunciano il cambiamento del vento asiatico, oltre ad altre poco piacevoli novità.

La bilancia commerciale italiana è ancora in attivo, di 2,8 miliardi di euro. Ma questo valore, riferito al mese di giugno 2015, è inferiore rispetto a quello dello stesso mese dell’anno scorso: 3,3 miliardi. Alla riduzione hanno concorso due cause: da un lato, sono aumentate le importazioni, come conseguenza quasi automatica della piccola ripresa economica in corso. Dall’altro, segnale più preoccupante in un quadro programmatorio che punta molto sulla domanda estera per sostenere la ripresa stessa, si sono ridotte le esportazioni. Rispetto al mese precedente, l’import è salito del 4,3 per cento, l’export è sceso dello 0,6. Anche facendo il confronto tra trimestri, si nota un aumento delle importazioni (più 4,6 per cento) più sostenuto di quello delle esportazioni (più 2,1 per cento).

Segnali di un cambiamento del clima generale, che ancora si vedono poco sul dato tendenziale, su base annua (che mostra un più 9,4 per cento per le esportazioni e un più 12,5 per cento per le importazioni). Ma che sono particolarmente evidenti se si va a guardare dentro il calderone delle esportazioni. A segnare il passo infatti sono soprattutto le vendite dall’Italia verso i mercati extraeuropei (meno 1,9 per cento a giugno), mentre tiene, sia pur di misura, l’export interno all’Unione europea (più 0,5 per cento). Al contrario, se si guardano le importazioni, quelle dai paesi extraeuropei crescono di più rispetto a quelle intraeuropee.

Motivi per preoccuparsi

Ma limitiamoci alle merci che l’Italia vende, per ora. I partner più “dinamici” per l’export italiano sono il Belgio (protagonista di un vero e proprio boom per il settore farmaceutico e chimico), la Turchia, gli Stati Uniti, la Spagna e il Giappone. Mentre i paesi nei quali si è perso di più sono la Russia (meno 25,3 per cento, a causa delle sanzioni), tutto il Mercosur (il mercato comune dell’America del sud), le nuove tigri asiatiche dell’Eda (Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Malesia e Thailandia), i paesi Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio).

E la Cina, più di tutti. Che guida la classifica delle perdite dell’export italiano, e anche quella dei saldi negativi della bilancia commerciale. Se i titoli dei grandi gruppi tedeschi (dell’automobile, in primo luogo) hanno reagito ieri con uno scivolone alla notizia della svalutazione dello yuan, anche gli esportatori italiani hanno i loro buoni motivi per preoccuparsi.

Il solo settore dell’auto, nel mese di giugno, ha visto ridursi le esportazioni dall’Italia alla Cina del 49,8 per cento. Meno leggibile, almeno dai dati Istat, la tendenza del lusso, che si spalma su vari settori della manifattura: ma è evidente che è su quei settori di mercato – la fascia alta della domanda emergente cinese e asiatica – che il comparto italiano dei consumi al top puntava e punta.

Ed è evidente, dai dati di giugno, che i primi venti freddi erano già arrivati, con il raffreddamento dell’economia cinese e i timori di scoppio della sua bolla finanziaria. Adesso che la guerra delle valute è ufficialmente estesa anche alla Cina, tramonta anche l’idea che quell’enorme mercato funzioni come la nuova terra promessa dell’export. L’idea, cioè, che la Cina possa fare da locomotiva del mondo, alla quale agganciare in modo facile e indolore l’anemica vecchia Europa in cerca di consumatori a cui vendere i suoi raffinati prodotti.

Se tigri, dragoni ed emergenti si infilano in una nuova guerra valutaria che fa venire il mal di testa ai mercati di tutto il mondo, l’area dell’euro da un lato resta relativamente protetta, con la sua moneta unica; dall’altro perde l’illusione di poter esportare, con i suoi prodotti, anche le sue contraddizioni e rivalità. La guerra sulle esportazioni – com’è successo dopo la parziale chiusura del mercato russo – si sposta tutta all’interno. E non può affidarsi a svalutazioni competitive.