Un giocatore di Pokémon Go a New York, il 13 luglio 2016.

Le aziende usano Pokémon Go per catturarci tutti

Un giocatore di Pokémon Go a New York, il 13 luglio 2016.
02 agosto 2016 14:30

Dai campi minati in Bosnia alle basi militari dell’Indonesia, dai musei dell’olocausto all’ambasciata dove si è rifugiato Julian Assange, sembra che i Pokémon siano ovunque. Mentre Pokémon Go dilaga in tutto il mondo, le autorità religiose saudite hanno rinnovato la fatwa emessa nel 2001 contro il celebre marchio; il governo giapponese ha diffuso un pacchetto di norme di sicurezza da rispettare in vista del lancio ufficiale del gioco nel paese. La realtà digitale non aveva mai raggiunto un simile grado di integrazione nel mondo reale.

Il gioco è entrato addirittura nella campagna elettorale statunitense: Hillary Clinton ha sostenuto di non sapere “chi ha creato Pokémon Go… Però non sarebbe male convincerli a creare Pokémon Go… a votare!”. In realtà, Hillary Clinton sa benissimo chi ha creato Pokémon Go. Sono stati i suoi amici nella Silicon valley.

Come spiegare il successo di Pokémon Go? Forse basta seguire i soldi. La realtà aumentata non è una novità: le forze armate e i vari sistemi di navigazione se ne servono da anni. A rendere innovativo Pokémon Go è il fatto che, per la prima volta, è diventata una tecnologia di massa. Si tratta di un’autentica svolta, che cambierà profondamente il nostro modo di percepire e sperimentare la realtà. Anzi, che cambierà la realtà stessa.

Il successo della Silicon valley non si deve al talento, ma agli acquisti

La realtà aumentata, in un certo senso, è addirittura più interessante della realtà virtuale, perché non sostituisce un mondo simulato al mondo reale, ma costituisce una sofisticata combinazione di entrambi. La realtà aumentata, infatti, integra tanto il digitale nel reale (utilizzando la fotocamera dei nostri smartphone per trasferire i Pokémon digitali nel mondo fisico) quanto il reale nel digitale (facendo entrare i nostri corpi fisici in una realtà simulata).

Pokémon Go è stato creato da Niantic, il cui amministratore delegato, John Hanke, è tra i fondatori di Keyhole, una pionieristica azienda di sviluppo software specializzata nell’elaborazione grafica di dati geospaziali che ha spianato la strada a Google Maps e Google Earth. Nel 2004, Google ha acquisito sia Keyhole sia Niantic. Senza Google, dunque, Pokémon Go non sarebbe possibile. E anche se è stato oggetto di forti critiche (e provvedimenti legislativi) per ragioni di privacy e sicurezza, è proprio in Google Glass che si può ravvisare il primo successo commerciale dell’azienda ad aver avuto un ruolo nella realizzazione del sogno della realtà aumentata.

Una relazione simbiotica

Ecco perché la finta ingenuità della battuta di Hillary Clinton su Pokémon Go è importante. La candidata democratica alla Casa Bianca non può non sapere che a occuparsi della parte digitale della sua campagna elettorale, tramite una startup che si chiama The Groundwork, è l’ex amministratore delegato di Google, Eric Schmidt. Né può ignorare che Schmidt è da poco alla guida del comitato per l’innovazione del Pentagono, o che, tra gennaio 2009 e ottobre 2015, i massimi dirigenti e rappresentanti di Google si sono riuniti alla Casa Bianca ben 427 volte. È chiaro che tra il dipartimento di stato americano e la Silicon valley esiste una relazione simbiotica. Ma perché la cosa ci dovrebbe preoccupare?

Non serve domandarsi quale sia l’ideologia della Silicon valley: basta leggere Zero to one: notes on startups, or how to _b__uild the future_ (Da zero a uno: I segreti delle startup, ovvero come si costruisce il futuro) di Peter Thiel. L’autore, membro della cosiddetta PayPal Mafia e proprietario di Palantir, dice chiaramente che “la concorrenza è un retaggio del passato”, e che il capitalismo monopolistico non costituisce una patologia né un’eccezione, ma è il presupposto di ogni azienda di successo. Google ne incarna uno degli esempi migliori: quasi tutte le sue “innovazioni” (da Google Maps a YouTube) sono frutto di un’acquisizione.

Un altro caso fortunato, citato proprio da Thiel, è quello di Tesla Motors: “La tecnologia di Tesla è così valida che vi fanno affidamento anche altre case automobilistiche: Daimler usa batterie Tesla, Mercedes-Benz una trasmissione Tesla, Toyota un suo motore. General Motors ha perfino creato un’unità operativa per monitorare le prossime mosse di Tesla. Il maggior successo tecnologico di Tesla Motors, tuttavia, non risiede in una componente specifica, ma nella sua capacità di integrare molte componenti diverse in un unico prodotto superiore”.

È la miglior descrizione possibile del capitalismo monopolistico. Il successo della Silicon valley non si deve al talento, ma agli acquisti: se Google, Facebook, Apple o Palantir sono riuscite a creare monopoli tanto potenti e pervasivi, è stato proprio grazie ad acquisizioni del genere.

Fisico, digitale, immortale

Pokémon Go segna un ulteriore progresso in tal senso, perché la penetrazione della Silicon valley negli aspetti più intimi della nostra vita attraverso i social network e le nuove tecnologie ha raggiunto un livello tale da aver integrato la nostra realtà fisica in quella digitale. Non ci vorrà molto prima che fisico e digitale diventino indistinguibili: ecco allora che si sarà realizzata l’idea che stava alla base di Google Glass.

Per comprendere la portata della svolta rappresentata da Pokémon Go, tuttavia, è necessario tener conto del processo di “colonizzazione totale” avviato dalla Silicon valley tramite “l’internet delle cose” (completa integrazione in rete dei mezzi che guidiamo, delle case che abitiamo e degli strumenti che usiamo), le “città intelligenti” (acquisizione, da parte della Silicon valley, delle infrastrutture cittadine), i social network (Facebook, Twitter, Instagram), Google, le innovazioni nei trasporti (i droni, Tesla Motors eccetera), “big data”, la sorveglianza totale, l’intelligenza artificiale, la realtà virtuale e, ultima ma non meno importante, l’immortalità (il sogno della Silicon valley di farci mettere online il cervello e vivere per sempre).

Tutti questi settori attirano grossi investimenti e generano profonde innovazioni, trasformando a tal punto la nostra realtà da integrare presto ogni aspetto della nostra vita in una grande “rete” digitale globale che, per la prima volta nella storia dell’umanità, sta già rendendo possibile la creazione di un “cervello globale” costantemente interconnesso.

Il problema non è la tecnologia né l’innovazione. Il problema è il capitalismo monopolistico: il fatto che tutto questo potere sia concentrato nelle mani di poche aziende della Silicon valley, che non fanno mistero di voler creare “un mondo meraviglioso” in cui la tecnologia sia a esclusivo servizio del profitto. Mentre siamo tutti indaffarati a giocare a Pokémon, le aziende seguono il motto del gioco: “Acchiappateli tutti!”. A cadere in una rete inevitabile di consumismo tecnologico, però, stavolta siamo noi.

(Traduzione di Alberto Frigo)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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