19 febbraio 2016 18:50

Quando è morto David Bowie non sono riuscita a scrivere niente. Come a molti altri musicisti, anche a me è stato chiesto un tributo, ma nonostante fossi una sua grande fan mi sembrava di non riuscire a trovare il registro giusto. Dando un’occhiata a Twitter mi sono subito resa conto di quanto fosse sconvolta la gente: dopo lo shock e lo sgomento iniziali ci voleva una scrittura catartica ed espressiva. Alcuni si sono sentiti offesi dall’ostentazione enfatica del dolore, ma a me è sembrata naturale e in genere non mi dispiace che altri dicano cose che sono troppo timida o inibita per dire.

Questa esplosione di amore e di affetto mi ha ricordato che gli artisti ci toccano così profondamente perché parlano a ognuno e per ognuno di noi. La musica pop ci influenza di più quando siamo giovani, quando siamo creta morbida e malleabile su cui lascia un’impronta incancellabile.

Le canzoni che ascoltiamo quando il nostro cuore è ancora spalancato al mondo lasciano un segno così profondo che non mi stupisce se ci affezioniamo di più a chi le canta che non alle amicizie occasionali che facciamo dopo. Così la scomparsa di un cantante che non abbiamo mai conosciuto di persona può farci soffrire più di quella di una persona che conoscevamo davvero.

Una brava persona

Ma c’è una cosa che non è stata sottolineata abbastanza in tutti i tributi e i necrologi, e cioè che il lavoro rivoluzionario fatto da Bowie su sessualità, immagine e identità sessuale non avrebbe mai avuto lo stesso impatto senza le straordinarie melodie che ha scritto, grazie alle quali i suoi dischi sono arrivati al grande pubblico.

Come qualsiasi altra persona della mia età, non ho scoperto Bowie in un negozietto di dischi alternativo o leggendo la rivista New Musical Express, ma ascoltandolo su Bbc Radio 1 e vedendolo a Top of the pops. Si è installato nella mia coscienza prima di tutto come artista pop, come uno che scriveva canzoni così irresistibili che ti conquistavano al primo ascolto. Adoravo lo Ziggy stardust di mio fratello, perché suonava strano e insieme familiare, e potevo cantare tutti i pezzi insieme al disco.

Nascosta in quel buio soffocante, stringendo forte il microfono tra le mani, ho cantato Rebel rebel di David Bowie

Chi non aveva mai ascoltato Bowie, leggendo certe descrizioni della sua musica poteva farsi l’idea di un artista furbo, freddo e distaccato. Ma Bowie faceva parte del periodo preironico del pop, e non aveva paura di essere sincero e diretto, soprattutto quando cantava.

Resto sorpresa quando sento parlare di lui come di una specie di alieno, perché anche se spesso appariva eroico e immortale aveva certamente il senso dell’umorismo, aveva una famiglia come tutti noi, ed era anche spiritoso, simpatico e cordiale con chiunque lo avvicinasse. In altre parole, era una brava persona.

Custodire la scintilla

Scorrendo i tributi mi sono resa conto che tutti avevano qualche ricordo per riassumere quello che Bowie aveva significato per loro. Il mio l’ho già raccontato in Bedsit disco queen, ed è la storia del giorno in cui stavo provando a casa di qualcuno con la mia prima band, gli Stern Bops. Io suonavo la chitarra ritmica e quel giorno il nostro cantante non si è presentato, così i ragazzi mi hanno chiesto se potevo cantare. Io non ero sicura – in realtà non ci avevo mai provato, e sicuramente non di fronte a qualcuno – e così ho detto che ci potevo provare, ma solo se non mi guardavano. Quindi sarei entrata nell’armadio e avrei cantato da lì. Ed è esattamente quello che ho fatto. Nascosta in quel buio soffocante, stringendo forte il microfono tra le mani, ho cantato Rebel rebel di David Bowie. È stata la mia prima esibizione canora in assoluto.

Qualcuno penserà che è una cosa ridicola, perfino patetica, cantare un inno alla ribellione nascosti dentro un armadio. Come ho potuto prendere una canzone così audace e trasgressiva e indebolirla con la mia paura? Ma più ci penso e più mi rendo conto che è proprio questo che fanno gli artisti che ci ispirano, ed è per questo che abbiamo bisogno di loro: non ispirano i coraggiosi (che non ne hanno alcun bisogno), ispirano i timidi.

E non si possono copiare gli artisti che ci ispirano. Di solito non possiamo: non sapremmo da che parte cominciare. Non possiamo fare altro che restare a bocca aperta a fissarli, stupefatti. Eppure, succede lo stesso qualcosa: sentiamo una vocina che ci dice qualcosa, una scintilla che si accende. E custodiamo quella scintilla, la aggiungiamo alle altre che troviamo e le raccogliamo tutte intorno a noi come un alone protettivo. Finché non abbiamo il coraggio di prendere la canzone che ci piace tanto ballare, e di cantarla. Anche se da dentro un armadio.

(Traduzione di Diana Corsini)