11 luglio 2016 13:54

Quando sono stata guest editor del programma Today di Bbc Radio 4, un paio d’anni fa, uno degli argomenti che ho proposto era “i giovani e internet” e in particolare il modo in cui la rete può rappresentare un grosso aiuto per gli adolescenti che cominciano a conoscere se stessi e a cercare amici e alleati. L’idea era nata dall’esperienza di mia figlia, che ha dichiarato la sua omosessualità a 15 anni, ma aveva già trovato una comunità online che offriva aiuto, sostegno e amicizia.

Quando ero adolescente, non conoscevo nessuno che fosse gay. O meglio, lo conoscevo ma non lo sapevo. Una mia amica aveva un ragazzo con cui era sempre in crisi, e quando poi lui ha fatto coming out anni dopo, ho capito il perché. All’epoca non parlavamo di queste cose, né ci facevamo tante domande. Cantavamo Glad to be gay e pensavamo di essere molto avanti, mentre non sapevamo proprio niente.

I miei figli, invece, sanno tutto e mi hanno insegnato moltissimo, soprattutto in fatto di teoria e terminologia. Io ero ancora convinta di essere molto avanti, ma ho scoperto che avevo 53 anni e che ero rimasta parecchio indietro. Sono stati loro a trascinarmi allegramente nel secondo decennio del duemila, mentre io strizzavo gli occhi e mi davo una spolverata, come se mi fossi appena risvegliata da un lungo sonno.

È stata un’esperienza assolutamente felice, da entrambe le parti. Un’adolescente che dichiara la propria omosessualità in una famiglia accogliente. Un breve abbraccio e qualche lacrima, perché non lo avevo intuito (“Il tuo gayradar non funziona, mamma”), e risate per gli indizi che non avevo colto (“Tutte quelle sere passate a guardare l’Eurofestival insieme, e ancora non l’avevi capito?”). Non è che pensassi che uno dei miei figli non potesse essere gay. È che ero ancora la loro mamma e non mi ero resa conto che non erano più bambini.

Nel lontano 2007 ho scritto una canzone intitolata A-Z, sugli adolescenti gay vittime di bullismo a scuola, una specie di rivisitazione di Smalltown boy dei Bronski Beat, che avevo sempre adorato. Ma all’epoca mia figlia adolescente non era bullizzata a scuola, viveva felice e contenta e nessuno aveva niente da ridire. E io pensavo: “È stupendo. Che periodo fantastico quello in cui viviamo”. Andavano insieme al Pride – gay, etero e bi – avvolte in bandiere e con arcobaleni dipinti in faccia. Scattavamo foto e festeggiavamo, e continuavo a pensare: “Che periodo fantastico quello in cui viviamo. Evviva il presente!”.

Com’è possibile che il nostro desiderio di cambiamento ci induca a illuderci che il cambiamento sia già avvenuto?

Ma poi c’è stata Orlando. Oddio, Orlando, che mi ha colpito come uno schiaffo in faccia, lasciandomi distrutta e in lacrime: mi sentivo una stupida per avere dimenticato che là fuori c’era ancora gente che poteva desiderare di fare del male alla mia bellissima figlia intelligente e spiritosa, che ama la scienza e Ru Paul. Avevamo vissuto in un sogno? Ci eravamo sbagliati? Volevamo solo goderci le belle notizie, tutto qui. La libertà, i diritti. Dare per scontate cose elementari come sposarsi e avere dei figli. La quotidianità: niente di cui dover essere grati a qualcuno.

Com’è possibile sapere e allo stesso tempo non sapere le cose? Com’è possibile che il nostro desiderio di cambiamento ci induca a illuderci che il cambiamento sia già avvenuto? Naturalmente, sapevo che c’era ancora molta strada da fare. Ma c’è sapere e sapere: si può sapere qualcosa a livello razionale e saperlo a livello viscerale. L’amore rende forti e vulnerabili insieme. Le persone che ami sono la crepa nella tua armatura, dove penetra la lama. E Orlando è stata una grossa lama.

“Four dead in Ohio”, cantava Neil Young, in un lamento funebre per gli studenti uccisi alla Kent State University nel 1970. E quel pezzo continua a tornarmi in mente, anche se con parole diverse. Cinquanta morti a Orlando. Cos’è che diceva uno degli sms inviati dal bagno del Pulse, il locale della strage? “Mamma… sono intrappolato in bagno… Morirò”. Mamma. È lì che è affondata la lama. E oggi saluto mia figlia – 18 anni, ormai, ma sempre la mia bambina – che va al Pride per la terza volta, ma quest’anno con uno stato d’animo diverso. Vigile. Freddo e determinato.

Sto leggendo The argonauts di Maggie Nelson, un libro sul matrimonio omosessuale, l’identità di genere non binaria, la famiglia, la maternità e soprattutto l’amore. E sono incappata in questa frase: “A volte, dobbiamo sapere una cosa molte volte. A volte dimentichiamo e poi ricordiamo. E poi dimentichiamo, e ricordiamo ancora. E poi dimentichiamo”. Io prometto di non dimenticare mai più.

(Traduzione di Diana Corsini)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico New Statesman.