Una scena del film England is mine.

Che delusione il film su Morrissey

Una scena del film England is mine.
23 agosto 2017 14:59

Provo una certa apprensione a scrivere del nuovo film biografico su Morrissey, England is mine. Sono consapevole del fatto che è facilissimo dire la cosa sbagliata su di lui e scatenarne gli avvocati o legioni di fan adoranti. Diversi giornalisti hanno fatto una brutta fine e anch’io, dopo un commento casuale risalente a un centinaio di anni fa, mi sono trovata tra le persone con cui fare i conti nella sua recente Autobiography.

Non so cosa pensi Morrissey di questo film, quindi non saprei in quale direzione andare per evitare di offenderlo. Ma in fondo, chi se ne importa. Il titolo, a prima vista, può sembrare provocatorio, legato al lato Little England di Morrissey, così incendiario e responsabile di molti dei guai del cantante. Ma il regista Mark Gill non scava a fondo e il titolo resta lì, appeso. Il film evita ogni controversia e finisce con l’essere così blando da rovinarlo.


Gli anni adolescenziali di Morrissey (interpretato da Jack Lowden) sono presentati in tutta la loro grigia gloria, riportandoci alla mente altre frasi di Still ill, la canzone che fornisce il titolo al film (come “There are brighter sides to life/And I should know because I’ve seen them/But not very often”, Ci sono aspetti più splendenti nella vita/ E dovrei saperlo perché li ho visti/ Ma non molto spesso) che furono dirompenti quando le abbiamo ascoltate per la prima volta.

Quella prolissità declamatoria, con il suo ubriacante mix di autocommiserazione e acutezza, faceva sembrare Morrissey l’archetipo del perdente emarginato. Pieno di filosofia adolescenziale e irriverenza, bramoso di sesso e romanticismo, Morrissey trasudava autodrammatizzazione e autoderisione, il tutto immerso nel suo collerico umorismo. La sua era una scrittura brillante che ti faceva domandare: “Da dove arriva questa voce unica?”. Purtroppo il film non offre alcuna risposta.

Una coppia stucchevole
L’amicizia più importante di Morrissey – che riflette tutto ciò che era da adolescente – è stata quella con Linder Sterling, un’artista e componente della band Lupus. Nella vita reale Linder era una persona estrema anche per gli standard del punk. Ha indossato un vestito di carne decenni prima di Lady Gaga, per poi sfilarselo sul palco e svelare un grosso dildo nero. Fabbricava “gioielli mestruali” che somigliavano ad assorbenti insanguinati. Ricordo un’intervista in cui parlava di mestruazioni e quando il giornalista le ha chiesto se avesse mai fatto uno spettacolo durante il ciclo aveva risposto “sì, stasera”. Si poteva percepire l’imbarazzo del giornalista emanare dalle pagine.

Nel film il gruppo di Sterling non è mai menzionato, la sua arte è appena accennata, Linder è una bella ragazza (Jessica Brown Findlay) con un eyeliner leggerissimamente punk, un’ottima studente d’arte che cita poesie tutto il giorno. Sullo schermo lei e Morrissey formano una coppia stucchevole. Ho il sospetto che nella vita reale fossero tutt’altro. Il tono del film è dolce e tenero, un po’ timidino, un po’ inutile. Nessuno ha rapporti sessuali né parla di sesso e, nonostante Oscar Wilde e James Dean incombano sul letto di Morrissey, il protagonista non amoreggia con nessuno, né ragazzi né ragazze, e non abbiamo mai la sensazione che voglia farlo.

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È tutto una specie di “ritratto dell’artista da giovane smidollato”. Sono sicura che Morrissey fosse timido e depresso, ma scommetto che fosse anche più duro e irritabile di quanto appaia nel film. Forse anche più cattivo, con un cuore d’acciaio narcisistico comune a molti artisti. England is mine sembra più lo studio su un fan di Morrissey che sul cantante.

È lento, piatto e per buona parte ha il ritmo di una commedia delicata, con qualche momento divertente. La colonna sonora è bella e accurata, con gruppi come Shangri-Las e Mott the Hoople, anche se sorprende che la scena musicale della Manchester dell’epoca sia quasi assente – niente Buzzcocks, Joy Division e dischi della Factory – quando tutti questi gruppi sono chiaramente stati una fonte di incitamento e rabbia per il giovane futuro artista.

E poi ci sono frasi che all’epoca non avrebbe detto nessuno. Solo nei dieci minuti iniziali, ambientati nel 1976, una ragazza descrive un ragazzo come “fit” (in forma), a qualcuno viene detto di “grow a pair” (mostrare le palle) e qualcun altro viene invitato a “get your shit together” (darsi una regolata). Qualsiasi cosa pensiate di Morrissey, non potete negare che sia attento alle parole. Mi sembra quasi di vederlo sussultare.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico New Statesman.

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