Le L7 in concerto a Londra, 1992. (Ed Sirrs, Camera Press/Contrasto)

Il palco è mio e lo gestisco io

Le L7 in concerto a Londra, 1992. (Ed Sirrs, Camera Press/Contrasto)
07 marzo 2019 17:20

Tutto è cominciato con il tweet di qualcuno che si lamentava del pubblico che ai concerti vuole sentire le sue canzoni preferite: “A un concerto a Chicago nel 1994, Tracey Thorn aveva risposto: ‘Il gruppo è il nostro e decidiamo noi cosa suonare’. Noi l’abbiamo applaudita e quegli scocciatori hanno chiuso il becco”.

Ho sorriso leggendo queste parole e ho risposto che mi hanno ricordato come, pur soffrendo di panico da palcoscenico, non ne lasciassi passare una. Da lì si sono aperte le cataratte e sono stata trascinata da un flusso di memoria su quanto io non abbia mai lasciato correre.

“Festival del jazz di Bruxelles 1996. Pubblico irrispettoso. Hai zittito tutti con la forza del tuo ‘Voglio che chiudiate il becco, mi accontento di questo’”.

“Ricordo una esibizione degli Everything But The Girl al Cambridge Corn Exchange, quando qualcuno ti urlò: ‘Facci un sorriso, Tracey!…’ e tu rispondesti: ‘Allora di’ qualcosa di divertente!’”.

“È successo qualcosa di simile anche alla Manchester Academy, intorno al 1994 – quella sera sì che non hai tollerato stronzate!”.

“Concerto a San Francisco negli anni ‘90. Al pubblico che si lamentava del suono, hai risposto: ‘Non crederete mica che possa mixare i volumi da qui sopra mentre canto, vero?’. Noi abbiamo esultato”.

“A Orlando, agli ubriachi che strillavano ‘Alza il volume!’, hai risposto ‘Questo è il massimo che possiamo alzare!”.

Colpire all’improvviso
Ho ripensato al perché ho smesso di fare concerti. È facile dimenticare che salire sul palco, per certi versi, è come salire su un ring. Ci sono persone, nel pubblico, che vivono il concerto come una sfida contro chi sta lì sopra – “Forza, fammi vedere che sai fare! Dai, fammi divertire!”. Comprare il biglietto dà un certo grado di potere. Il numero degli spettatori supera quello dei componenti della band (si spera, quanto meno). Il palco, e il tuo status di pop-star, ti innalzano al di sopra dei fan – ma la folla ha una sua energia e l’unione fa la forza. A volte bisogna fare la voce grossa per farsi rispettare.

Ho già parlato della mia ansia da esibizione, il che potrà far pensare che sul palco fossi timida e remissiva. Potreste immaginarmi tremante e con la voce esitante, ma penso proprio che le cose stessero diversamente. Ci voleva una buona dose di attributi per salire là sopra, era una questione di orgoglio. Se le mie mani tremavano, facevo l’impossibile perché non si notasse. Stavo sempre in guardia, un po’ sulla difensiva e pronta ad attaccare. Le persone tese e sotto pressione possono essere piuttosto pericolose, sono capaci di colpirti all’improvviso.

Sono molto peggio i concerti con il pubblico seduto. L’atmosfera di silenzio reverenziale mi ha sempre dato ai nervi

Ho potuto imparare dai migliori. Sono stata battezzata nel sangue, nel vero senso della parola, molto presto, quando una band rivale ha tirato delle orecchie di maiale addosso a me e al mio primo gruppo e ho imparato la lezione su cosa può accadere ai musicisti mentre si esibiscono. Marine Girls sembrava un nome da femminucce, eppure in una recensione del concerto ci avevano descritto come ragazze che ti avrebbero rotto un braccio prima che tu potessi spezzargli il cuore.

E poi, siamo onesti – non è che un po’ mi piaceva? Non è che ci godevo in quell’atmosfera di abbandono, in cui le cose scappano di mano e sai di poter rispondere per le rime? Potevano anche attaccarmi ma io rispondevo colpo su colpo. Sono molto peggio i concerti con il pubblico seduto. L’atmosfera di silenzio reverenziale mi ha sempre dato ai nervi.

A vostro rischio e pericolo
C’è una lunga storia di concerti con gente che ti urla addossa. Probabilmente l’esempio più celebre è quello di Bob Dylan, nel 1966. Durante la sua esibizione al Manchester Free Trade Hall, qualcuno del pubblico gli gridò: “Giuda!”. Lui rispose: “Non ti credo. Sei un bugiardo”, prima di far ruggire la chitarra e suonare una delle più coinvolgenti versioni di Like a rolling stone.

E c’è chi si è spinta oltre: Donita Sparks, delle L7. Al Reading festival del 1992, il gruppo dovette smettere di suonare a causa di problemi tecnici e degli idioti si misero a tirare fango sul palco. La reazione di Donita? Si sfilò l’assorbente interno e lo lanciò sulla folla gridando: “Mangiatevi questo, stronzi!”.

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In confronto, il mio comportamento è sempre stato piuttosto moderato. Ora sto per fare una tournée, anche se solo per promuovere il mio nuovo libro. Il pubblico di solito in questi casi è piuttosto educato. Non ho mai sentito di gente che grida: “Leggi uno dei tuoi primi brani, uno divertente!”, oppure che pretende a gran voce: “Il terzo capitolo! Facci il terzo!”.

Dunque sarò assolutamente preparata se a uno di questi eventi un simpaticone se ne uscirà gridandomi: “Facci Missing”. Be’, a vostro rischio e pericolo. Posso avere un aspetto inoffensivo, ma state attenti: a volte mordo.

(Traduzione di Mariachiara Benini)

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