Un campo rom a Ponorata, Romania, il 10 settembre 2013. (Sean Gallup, Getty Images)

Per cambiare le cose provo a lavorare dentro il sistema

Un campo rom a Ponorata, Romania, il 10 settembre 2013. (Sean Gallup, Getty Images)
24 dicembre 2015 11:27

Uomini su un palco. Sono vestiti con eleganza e irradiano fiducia e sicurezza. La gente intorno annuisce, li approva e li guarda con rispetto. Qualcuno probabilmente con invidia. Parole sofisticate, presentazioni in PowerPoint. Nella sala conferenze è tutto perfetto.

Parlano di povertà estrema, di traffico di esseri umani, in particolare di donne e bambini. Con parole asettiche: impatto, statistica, risoluzioni, raccomandazioni, stakeholder, approccio orizzontale, documenti programmatici, deistituzionalizzazione, censimenti, gruppi di lavoro, studi del Consiglio d’Europa sul traffico di esseri umani. I partecipanti ricevono rapporti su carta lucida pieni di parole del genere, con tanto di foto e statistiche.

All’improvviso mi sento a disagio, in un mondo parallelo. Non capisco cosa vogliamo. Non capisco cosa facciamo. In realtà non capisco perché non facciamo quello che dovremmo fare. Non capisco perché rimango inebetito e non dico niente. Perché non ho il coraggio di alzarmi e dire qualcosa: parlare di vite distrutte. Di droga e di ragazzi.

Di Nicu, che è condannato a vivere chiuso in un luogo orribile, davanti a una tv che trasmette continuamente musica dozzinale a tutto volume, invece di venire al centro diurno a fare i compiti, a leggere, a imparare. Parlare di come i fondi europei sono spesi per il gusto di spendere. Di studi compilati a caso. Di Antonio, che molto probabilmente sta al semaforo a mendicare o sniffa la colla, perché il sistema sembra essere costruito apposta per trasformare i ragazzi che hanno problemi – di cui non sono i diretti artefici – in carcerati e tossicodipendenti.

Parlare di documenti inutili e parole vuote, dire che non abbiamo bisogno di altri milioni buttati in ricerche assurde che giustifichino altre conferenze vane e altri discorsi enfatici. Del fatto che non siamo le brave persone che crediamo di essere, anzi siamo noi stessi uno dei problemi di questo sistema disfunzionale.

Avere posizioni critiche non è affatto comodo. Le porte ti si chiudono e ci sono sempre meno cose che puoi fare. Allora ti consigliano di adattarti

L’ho già fatto in passato. Mi sono ribellato, sono andato via da conferenze, ho detto cose dure, a volte di una cattiveria ingiustificata. Avere posizioni critiche non è affatto comodo. Ti isola professionalmente. Le porte ti si chiudono e ci sono sempre meno cose che puoi fare. Allora ti consigliano di adattarti. Di capire che i cambiamenti non possono avvenire velocemente. Che la strada più sicura per aver successo è fare il leccaculo. Che le cose si possono dire anche senza offendere la gente.

Come potrei dire quello che ho da dire?

Signore e signori, Giani è un ragazzo di 14 anni. Purtroppo non può essere qui con noi ad ascoltare quanto sono meravigliosi i fondi europei, quanto sono fantastici i progressi fatti, quanto sono meravigliosi i capi di stato e di governo e i politici di ogni grado che ci garantiscono questa vita di conferenze e privilegi, quanto sono meravigliosi i vostri progetti e le vostre iniziative.

Giani non può nemmeno beneficiare dei corsi di recupero o far parte di qualcuno dei mille programmi di formazione che quasi mai sono seguiti da assunzioni, corsi in cui la maggior parte dei ragazzi si limita a firmare la presenza e a incassare i soldi dell’indennizzo.

Giani è morto. Per colpa della droga. E non è nostra la responsabilità, è sempre degli altri: gente senza scrupoli che se ne frega di tutto. E sicuramente Giani non sarà l’unico. Anche Alin, Manu, Ion e probabilmente Denisa moriranno presto. I colpevoli sono i genitori, che sono in carcere. E il sistema. E gli altri. E la classe politica precedente.

Non so se qualcosa cambierà, ma per quanto mi riguarda vale la pena provarci

I progetti, invece, sono buoni. Le conferenze sono buone. Le scartoffie sono buone. Noi – che usiamo parole incomprensibili per la maggior parte delle persone, parole che ci fanno sentire speciali, che ci aiutano a giustificare la nostra inutilità – noi presenti a questa meravigliosa conferenza, noi siamo il bene. Noi salviamo il mondo. Con le parole. Con i grafici. Dando la colpa agli altri. Con disgustose argomentazioni su quello che non possiamo fare, anche se sappiamo quello che dovremmo fare. Con la nostra ipocrisia.

Cosa cambierà, Valeriu, se dirai tutte queste cose? Ti sentirai un eroe per qualche minuto, la maggioranza della gente penserà che sei pazzo, alcuni ti ammireranno per aver detto quello che loro non si azzardano a dire e poi faranno finta di non conoscerti. Forse uno o due persone cambieranno qualcosa o verranno ad aiutarti al centro diurno di Ferentari. Non ne vale la pena.

Non so se qualcosa cambierà, ma per quanto mi riguarda vale la pena provarci. In un altro modo. Ho deciso di abbandonare l’organizzazione per la quale lavoro. Nonostante le drastiche riduzioni di stipendio nel settore pubblico, nonostante il contratto molto breve e nonostante il rischio di farmi sommergere di merda, cercherò di cambiare qualcosa lavorando dentro il sistema. Se non ci riuscirò, almeno avrò fallito tentando di fare qualcosa dall’interno. Da gennaio lavorerò nella cancelleria del primo ministro occupandomi d’inclusione sociale.

(Traduzione di Mihaela Topala)

Questo articolo è stato pubblicato su Dilema Veche.

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

La trappola del tempo
Claudio Rossi Marcelli
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.