Chicago, 2006.

Il primo filosofo zingaro di Chicago

Chicago, 2006.
10 settembre 2017 13:39

Ha cominciato a piovere. È estate a Chicago, fa parecchio caldo ed è molto umido. Sono in riva al lago e osservo invidioso i ricchi che vanno in barca. Me ne sto seduto sull’erba e non ho voglia di muovermi, non ho nulla a cui tornare: vivo in un brutto appartamento che condivido con altri tre romeni con cui non ho nulla in comune.

A circa due metri da me c’è una pista ciclabile e per pattinare. Il fondo è umido. Improvvisamente mi ritrovo accanto una ragazza con i capelli rossi, che è scivolata in curva. La aiuto a rialzarsi. È piena di lentiggini, ha i capelli ricci e gli occhi verdi. Si scusa. Le rispondo che negli ultimi due mesi non sono mai stato così vicino ad abbracciare una bella ragazza, e che quindi sono io a doverla ringraziare.

Lei ride nervosamente, si rialza e se ne va di fretta. Penso che al suo posto avrei fatto lo stesso. Mi sento un idiota. Rimango seduto altri dieci minuti, fino a che sono bagnato fradicio. Quando mi alzo, vedo un Sony walkman giallo, un modello di ultima generazione con un’ottima radio, che le è caduto quando è scivolata. Il fatto che non sia tornata a riprenderselo mi lascia perplesso. A casa ascolto la cassetta contenuta nel walkman e rimango un’altra volta sorpreso. Il primo brano è lo Stabat mater dolorosa di Pergolesi. Un lato contiene musica sinfonica religiosa, sull’altro ci sono brani di Jewel, una cantautrice americana con una voce triste.

Al settimo cielo
Quasi ogni giorno, alla stessa ora, torno nel punto dove ho conosciuto la ragazza dai capelli rossi, sperando di incontrarla. Del resto qui ho imparato che siamo tutti “animali abitudinari”. D’improvviso, un giorno si ferma proprio vicino a me. Non l’ho vista arrivare, e rimango inaspettatamente felice quando mi batte sulla spalla. Mi chiede in modo diretto se per caso la stavo cercando. Le rispondo di no e le dico che avevo organizzato un appuntamento con Jewel, ma che mi accontento anche della sua presenza.

Ride. Ha denti perfetti. Le restituisco il walkman. È felice. Mi chiede se voglio camminare con lei per un po’. Le dico che pattina molto velocemente, e che il mio fisico da atleta olimpionico è dovuto alla pratica di altre discipline e non della corsa.
Ride ancora. Io sono al settimo cielo, sono riuscito a dire una cinquantina di parole in inglese senza fare grossi errori. Lei si toglie i pattini e si mette le Nike. Camminiamo vicini. Mi fa un sacco di domande, al punto che mi chiedo se per caso non lavori per l’agenzia dell’immigrazione. No, fa l’avvocata.

Le chiedo dove si comprano i biglietti d’ingresso per il suo castello e le racconto della mia famiglia

Passiamo accanto a un caffè e le chiedo elegantemente se vuole qualcosa da mangiare. Solo che invece di snack, dalla mia bocca esce la parola snake (serpente). Lei mi guarda come se fossi di un altro pianeta. Poi si mette a ridere. Continuiamo a passeggiare finché non ricomincia a piovere forte. Siamo entrambi zuppi, così mi chiede se voglio andare da lei, che abita proprio lì vicino. L’invito mi lascia perplesso, ma sono troppo bagnato per riuscire a pensare.

Abita in una casa dove avrebbe potuto vivere tranquillamente la mia intera famiglia allargata, cioè una trentina tra zie e zii e una sessantina di cugini. Le chiedo dove si comprano i biglietti d’ingresso per il suo castello e le racconto della mia famiglia. Poi le confesso di sentirmi come in uno strano sogno. Ho lasciato la Romania da qualche mese, dopo aver incassato una serie di colpi piuttosto duri, tra cui il fatto di essere considerato troppo “zingaro” dalla famiglia di aristocratici dell’Oltenia della mia ex ragazza. Sono arrivato negli Stati Uniti poverissimo, e adesso sono solo povero. Fino a poco tempo fa ho avuto due lavori – di giorno facevo l’operaio e l’imbianchino in uno dei quartieri più pericolosi di Chicago, e di notte il guardiano in un garage – e da poco sono impiegato in un ufficio della Ibm. Adesso, invece, mi trovo in una casa che sembra un museo, con una ragazza bellissima e ricca che mi trova divertente.

Mi dà qualcosa per asciugarmi. È un asciugamano così morbido e bello che mia madre l’avrebbe sicuramente appeso sulla parete del salotto al posto del tappeto con il Ratto del serraglio.

Negli anni seguenti ho conservato le sue email. Lei ricorda così il dialogo che abbiamo avuto quella volta.

‘Cosa sei tu?’.
‘Uno straniero. Credo che sia questa la parola che mi definisce meglio. Lo sono sempre stato, anche se non sempre mi sono sentito tale. Sono zingaro ed esteuropeo. È difficile sentimi parte di qualcosa. Ma importa davvero cosa sono?’.
‘Un po’ sì. Sei a casa mia, del resto. Sei cristiano?’.
‘Non ho idea di cosa sono. Dio è una cosa che funziona splendidamente nei momenti di paura, disperazione, speranza. E visto che mi trovo in una situazione del genere, in qualche modo credo di essere legato a Dio. Se questo mi rende cristiano, non lo so’.
‘Il primo filosofo zingaro che incontro!’.
‘La filosofia è un ottimo modo per giustificare i fallimenti. E qui voi non sapete riconoscere i fallimenti. Se ci sono i soldi, nient’altro conta per voi’.
‘Allora che ci fai qui, se ci consideri in questa maniera? Non è ipocrita? Non sei anche tu qui per i soldi?’.

Ho capito che non mi stavo più divertendo. E me ne sono andato arrabbiato. Ho cercato di sbattere il portone dell’ingresso, ma un meccanismo lo rendeva impossibile.

Anja aveva origini irlandesi e polacche, lo avrei scoperto qualche settimana dopo.

(Traduzione di Mihaela Topala)

Questo articolo è uscito sul settimanale romeno Dilema Veche.

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