Baia Mare, Romania, 2011. (Daniel Mihailescu, Afp)
Rom

I miei esagerati genitori rom

Baia Mare, Romania, 2011. (Daniel Mihailescu, Afp)
26 novembre 2019 14:22

Il sangue blu ereditato dai rom aristocratici di Budrea e dai nobili alcolisti di Ghelmegioaia – il cui pallore era ampiamente compensato dal razzismo – mi è sempre stato di grande aiuto.

La prima volta che mi sono reso conto dei vantaggi delle mie eclettiche origini è stato intorno all’età di dieci anni. Mi era stato affidato il compito di andare alla ricerca di mio padre, il quale non era affatto una persona imprevedibile. Così l’ho rintracciato in un baleno: dibatteva di complicati problemi filosofici sulle origini della signora Viorica, la diabolica padrona dell’osteria Alla cagna tramortita.

Sono riuscito a convincerlo a tornare insieme a casa solo dopo grandi sforzi, visto che non aveva ancora finito i soldi e nella bettola – Dio sia lodato! – di roba da bere ce n’era in abbondanza. L’impegno profuso nell’approfondita valutazione della qualità dell’acquavite e le sette birre già trangugiate stavano cominciando a far sentire le loro conseguenze negative sulla stabilità di mio padre. Il risultato è che al suo secondo inciampo siamo ruzzolati entrambi per terra, e in qualche modo io gli sono caracollato sopra. Dopo una bestemmia liberatoria, mio padre si è ricordato del portafogli. E io mi sono subito messo a cercarlo nelle sue tasche.

Un piano preciso
All’improvviso, però, mi è piombata addosso una bella scudisciata, seguita da un robusto calcio nel sedere e da un fiume di invettive contro gli zingari. Due persone “per bene” hanno pensato che io – cioè il ragazzetto dalla pelle scura – stessi cercando di derubare il loro compatriota bianco e biondo, chissà perché ridotto allo stremo delle forze. La solidarietà tra ubriaconi era probabilmente la più radicata caratteristica sociale e culturale del quartiere dove abitavamo, a Craiova.

Alla fine mio padre è riuscito a spiegare ai due, per la loro disgustata incredulità, che ero suo figlio. Tempo cinque minuti, stavo per prenderle di nuovo, questa volta da due adolescenti rom che avevano visto la scena e pensavano di poter approfittare della situazione. L’abbiamo scampata grazie all’aiuto del nostro postino, che gli ha urlato contro nella lingua degli zingari.

Per puro caso ho capito che, per sfuggire alle punizioni di mia madre, dovevo introdurre un elemento di sorpresa prima che lei impugnasse il mattarello

Le botte hanno rappresentato una parte estremamente importante della mia infanzia. Oggi tendo a credere che Dio, soprattutto tramite la devota mano di mia madre, avesse per me un piano preciso: farmi diventare il Rocky Balboa della famiglia. Il caso, però, ha voluto che avessi una mandibola fragile, una struttura ossea piuttosto gracile e una velocità di movimento molto superiore alla media, alimentata principalmente dall’esigenza di darmela a gambe di fronte alla prospettiva dei litigi che rischiavano di finire a botte.

Per puro caso ho capito che, per sfuggire alle punizioni di mia madre, dovevo introdurre un elemento di sorpresa prima che lei impugnasse il mattarello. Mio padre, invece, non aveva né la prontezza né la concentrazione necessaria per scatenarsi contro di me, motivo per cui mi sono sempre concentrato sullo studio della psicologia femminile.

I pettegolezzi del condominio – soprattutto quelli che riguardavano le comari Condoiu e Antoci, nemiche giurate di mia madre – erano precisi e attendibili, così come le rivelazioni sui posti dove mio padre nascondeva gli alcolici e sulle ultime conquiste amorose di zio Gogu.

Sul lungo periodo, il tempo investito per specializzarmi nel dirottare le discussioni potenzialmente capaci di scatenare conflitti ha avuto per me conseguenze inaspettatamente benefiche.

Colori matrimoniali
Sempre negli stessi anni, mia sorella si è sposata. Il matrimonio è stato parecchio divertente. Mio padre non ha tradito le nostre aspettative e si è sbronzato già di prima mattina, ma ha resistito eroicamente fino alla fine della festa. Mia madre, invece, si era cucita da sola un vestito di un azzurro splendente, scelto forse per far dispetto a mio padre.

Ricordo che allora ho riflettuto sulla sua scelta, immaginando nella mia testa che, se si fosse usato quel colore nei semafori, nessuno avrebbe potuto azzardarsi a dire di non averlo notato. Ho anche confidato la mia riflessione a mia madre, la quale ha reagito tirandomi addosso la paletta per raccogliere la spazzatura. L’idea che il dono dell’umorismo e la capacità di accettare critiche sul look non fossero le doti principali della parte femminile del ramo aristocratico dei Budrea è stata in seguito confermata dalla scodella di minestra che Geta mi ha scagliato contro quando ho osato farle notare che la sua pelliccia avrebbe suscitato l’invidia di tutta la comunità dei ratti di Balta Sărată.

Con mio grande stupore, l’abito di mia madre ha ricevuto molteplici apprezzamenti dagli altri convitati e, soprattutto, dalle donne, tutte vestite per non far sfigurare la bellezza e l’eleganza di mia sorella.

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Il matrimonio di mio fratello è stato addirittura più spettacolare. Non ho ancora capito se le sarte di Craiova fossero specializzate nella produzione di paralumi per il campionato mondiale di kitsch oppure se ero io a non comprendere la loro eleganza. Dopo la festa, tutti i miei compagni di scuola mi hanno chiesto ragguagli sul menù, aspetto particolarmente rilevante nella Romania degli anni ottanta, quando tutti avevamo perennemente fame. Gli ho raccontato che c’erano abat-jour ripiene di involtini e ortaggi in salamoia alcolica: una descrizione elegante e allo stesso tempo realistica delle coppie invitate. Vado ancora fiero di questa battuta, neanche avessi tredici anni.

Dopo i due matrimoni, mia madre avrà usato il suo abito azzurro per fare altri vestiti almeno una decina di volte. Doveva mantenere una famiglia insieme a un alcolizzato, una famiglia che contava anche qualche parente molto povero e che senza di lei sarebbe morto di fame. Alla fine l’ha perfino trasformato in un abito da lavoro. Per fortuna a me ha risparmiato pantaloni o camicie fatti con quella stoffa lucente, nonostante la sua passione per l’attività sartoriale e la convinzione che la macchina da cucire di casa dovesse essere costantemente in azione. Ancora oggi, in preda ai suoi tipici attacchi di laboriosità, mia madre continua a confezionare biancheria ricamata da corredo di cui certi cantanti di manele andrebbero sicuramente molto fieri.

(Traduzione di Michaela Topala)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale romeno Dilema Veche.

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