Un gruppo di turisti in piazza Vittorio Veneto a Matera, maggio 2019. (Nick Hannes, Luz)

Matera fa il suo bilancio di capitale europea della cultura

Un gruppo di turisti in piazza Vittorio Veneto a Matera, maggio 2019. (Nick Hannes, Luz)
05 dicembre 2019 09:53

Alla fine, in una Matera oramai abituata ai grandi set, è arrivato anche James Bond. Tuttavia, questa volta è diverso. “Abbiamo scelto Matera perché è Matera”, ha spiegato Robin Melville, location manager della produzione. Pare una banalità e invece no. In questi anni, quasi come un relitto del passato, Matera di tanto in tanto è riemersa dal fondo della storia e si è prestata al cinema per rappresentare altro, come una semplice quinta. Oggi invece viene scelta in quanto Matera. Sembra una bella notizia. Ma forse l’apparenza inganna.

D’altra parte, la stessa Matera in questi mesi si è trasfigurata nell’apparenza, riedificandosi in una città nuova. E forse non è un caso che la città sia diventata buona perfino per Hollywood – e non più come controfigura di Gerusalemme – proprio nel momento in cui ha scelto d’essere una città come le altre. Non più, insomma, quella strepitosa eccezione che dava scandalo, irriducibile a una modernità così remota che le ha girato attorno a lungo senza incrociarla. Non più la città di grano e di pane che incarnava la storia, il Mediterraneo, la terra, il sole. Oggi quel sole non è diverso da quello algido che galleggia nei cieli del nord. Oggi Matera è una città normale.

“Con questo turismo randagio, Matera perde la dignità”, dice il sindaco, Raffaello De Ruggieri. Certe perplessità le aveva già manifestate parlando con il New York Times alla vigilia dell’anno da capitale europea della cultura. All’epoca, ci furono polemiche e precisazioni. Oggi, al tramonto del 2019, siamo quasi ai bilanci.

A preoccupare dovrebbe essere l’arroganza con cui la nuova Matera ha preso il posto della città vecchia

“Si sta correndo un rischio”, dice De Ruggieri, “ma possiamo ancora evitare il peggio. Finita questa festa, questa gozzoviglia, si dovrà tornare alla fredda razionalità”. Dopo il 2019, spiega, “non dovranno più arrivare masse brade di turisti mordi e fuggi”. Il rapporto tra città e cultura dovrà diventare strutturale. Sarà decisivo il ruolo di istituzioni come il Centro sperimentale di cinematografia, che qui ha aperto una sede, o l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro. Insomma, l’idea è che il turismo non assorba più ogni energia della città. Ma sarà dura.

“Oggi”, prosegue il sindaco, “la città è un bazar. Si dovrà intervenire selezionando e riqualificando”. Quindi aggiunge: “Abbiamo un’arma che città come Venezia e Firenze non hanno: il 70 per cento dei Sassi è patrimonio indisponibile dello stato. Se un governo lungimirante dirà che solo il 20 per cento può essere destinato ad attività ricettive, il resto potrà tornare all’uso abitativo”. Le conseguenze per la città sarebbero eclatanti.

Non è però il turismo di per sé il problema di Matera. Non è l’infinita sequenza di locali e b&b che sta incongruamente nei Sassi e sul Piano ad aver innescato una mutazione dell’identità cittadina. Quello avvenuto a Matera non è stato un semplice processo di gentrificazione o un urbanicidio come altrove. Il nuovo volto della città, peraltro, ha anche una sua bellezza. A preoccupare dovrebbe essere invece l’arroganza con cui la nuova Matera ha preso il posto della città vecchia, coprendola di niente.

Un anno come un altro
Considerati luoghi e circostanze, viene allora in mente il Pier Paolo Pasolini della Forma della città. In quel documentario, la presenza di alcune palazzine moderne che interrompevano bruscamente l’integrità del profilo di Orte fu usata per spiegare come lo spaesamento prodotto da quella lacerazione non dipendesse da un fatto estetico ma dalla constatazione del brusco interrompersi di una storia.

Questa rottura era a sua volta provocata dall’affermarsi di una cultura estranea alla comunità nella quale aveva fatto irruzione, negando la cultura che l’aveva preceduta. Accadde tra il dopoguerra e l’inizio degli anni settanta, quando si manifestò quel processo di omologazione imposto dalla industrializzazione che, scrisse il poeta, “non si accontenta più di un ‘uomo che consuma’, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo”. A Matera in questi anni sembra essere accaduto qualcosa di simile.

Ciò che si fatica a rintracciare in città lo si può allora cercare altrove. A La Martella, per esempio. Ancora oggi, senza questa sua frazione, Matera resta incomprensibile. Come molti quartieri della città moderna, La Martella nacque per mano di alcuni dei più importanti architetti e urbanisti italiani mentre si assisteva allo sfollamento forzoso dei Sassi. Ha tuttora l’aspetto di un borgo rurale, e se ne sta isolato in campagna, sebbene la città lo stia raggiungendo. Nel disegno e nella disposizione delle sue case, si può ancora cogliere il senso della nascita della Matera moderna e la continuità della memoria di sé. Del 2019 qui non è giunta che un’eco.

Turisti tra i Sassi di Matera, maggio 2019. (Nick Hannes, Luz)

I rari visitatori vengono per la chiesa di Ludovico Quaroni, ma, dice Francesco Miglio, seduto ai tavoli del bar centrale, “vengono oggi come venivano prima. Da noi”, aggiunge, “il 2019 è stato un anno come un altro”. Nel bar, qualcuno ricorda una manifestazione di auto d’epoca o la banda dei bersaglieri. Poi, più nulla o quasi. “Ma noi”, conclude Miglio, “stiamo bene così”. E forse è vero, ma non si capisce come mai la capitale della cultura sembri essersi incarnata quasi interamente nei Sassi e nel Piano, sebbene i quartieri della città moderna costituiscano una pagina importante della cultura del novecento italiano.

Pasquale Doria è cronista di lungo corso e direttore di Mathera, raffinata rivista che racconta storia e cultura. Dice che “la città sembra non rendersi conto di avere, accanto ai Sassi e al Piano, anche due periferie. C’è la città del dopoguerra, quella pensata e costruita dai grandi urbanisti e dai grandi architetti, che si sviluppò attorno alla vecchia e che servì a dare casa a circa 16mila abitanti. Poi, dal 1975, con l’approvazione della variante al piano regolatore, cominciò la fase della seconda periferia, quella realizzata a colpi di varianti, una cinquantina fino a oggi. Questa”, dice ancora Doria, “è la parte della città più trascurata”.

Ogni cosa è semplificata
Ad Agna, quartiere che guarda la campagna verso Montescaglioso, da tempo su un muro è comparsa una scritta: “Comune di Agna”. Quel muro racconta un sentimento di estraneità rispetto a Matera. In un’altra città sarebbe un fatto scontato, ma si fatica a comprendere come possa accadere in un luogo che per secoli ha nutrito un sentimento comunitario il quale ha influenzato perfino la forma delle case e dei rioni.

Insomma, “il grande assente di questi mesi”, osserva ancora Doria, “è il cittadino materano, coinvolto più che altro come spettatore”. Accanto ai Sassi tirati a nuovo per accogliere i turisti, c’è oggi una città remota che fa i conti con le conseguenze di ciò che sta accadendo nei rioni del centro. È qui che vive la nuova Matera, cresciuta quasi come un villaggio di cartapesta e poi offerta ai forestieri. Ogni cosa, perfino la propria storia, è stata semplificata per consegnarla al turismo. Ecco, allora, ogni grotta trasformarsi in museo del nulla. Ed ecco ripetersi vacuamente la cantilena su Matera città della preistoria e della vergogna nazionale, come se i secoli fossero trascorsi inutilmente, come se davvero Matera sia stata solo la città delle grotte in cui uomini e bestie vivevano insieme.

Si dirà che tutto ciò accade ovunque si viva di turismo, e che già nel dopoguerra interi pezzi di questo paese subirono lo stesso destino che tocca ora a Matera, ed è vero. Ma non è inevitabile. Peraltro, di questo modello di sviluppo oggi conosciamo i molti fallimenti. L’oscena agonia veneziana è lì a ricordarceli, così come anche ciò che accade altrove.

Inoltre, Matera era davvero una città vergine, fino a qualche anno fa. Qui ogni scelta sarebbe stata possibile. Si sarebbe potuto immaginare un nuovo grande esperimento, pari a quello che si ebbe all’epoca della costruzione dei quartieri moderni a cura dei più grandi intellettuali del novecento. Si sarebbe potuta reinventare la modernità. E invece no.

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Il 2019 è stato accolto nel migliore dei casi come occasione di riscatto. E ciò sembra aver accontentato la città, placato l’ansia di essere nel mondo, finalmente, dopo secoli. Purtroppo, il desiderio di stare nel mondo, e di starci per ciò che si è, ha ceduto il passo alla tentazione di diventare in fretta come gli altri pur di starci. Da qui una rinnovata relazione con la propria storia, costruita sulla rimozione della complessità di quella stessa storia. Matera, liberandosi di un passato vissuto come una vergogna, ha potuto infine aprirsi al presente. Ma oggi alle Beccherie, sul limite del Piano oltre il quale la città sprofonda rapida nei Sassi, il buio serale dei rioni da basso lo si può confondere senza scandalo per il nero del mare notturno.

Ed è questo il fondamento sul quale nasce la città nuova, una città redenta e nella quale per lo più si viene in cerca del pittoresco e del brivido di una povertà che non sporca più il vestito. Si cerca l’esotico, insomma, e anzi l’esotico redento. I materani, purtroppo, non sembrano cogliere l’offesa.

Retorica e marketing
Eppure, Matera non aveva nulla da farsi perdonare. Non la povertà, naturalmente, che peraltro condivideva allora con molta parte di questo paese. E basterebbe leggere le cronache siciliane di Danilo Dolci o quelle piemontesi di Nuto Revelli per comprendere la dimensione dell’infinita incrostazione retorica che volle Matera vergogna nazionale.

La verità è che Matera non è mai stata una vergogna, eppure a quella immagine è rimasta inchiodata. Forse perché era troppo scandalosa la sua diversità in una Italia avviata a una modernità non più misurata dal sole mediterraneo. Forse perché mancò la forza per imporre un’idea diversa di sé in anni nei quali il mondo contadino – quel mondo del quale proprio Matera fu da sempre una delle capitali – cedeva di schianto di fronte alla civiltà del consumo. A ogni modo, Matera non seppe ribellarsi. Né si è ribellata oggi.

La storia cittadina di questi ultimi anni si può leggere, allora, come uno scontro ideologico che però non si è neppure combattuto poiché il modello di sviluppo che organizza la società nella quale viviamo – come spiega bene Mark Fisher nel suo saggio Realismo capitalista – non dà alternative a se stesso e occupa da decenni ogni spazio di pensiero. Ieri fu determinate l’affermazione della civiltà industriale. Alla resa di oggi ha contribuito, almeno in parte, l’irruzione del marketing. E perfino Pasolini, nella nuova Matera, può diventarne strumento.

Davanti alla Cattedrale di Matera, maggio 2019. (Nick Hannes, Luz)

Accadde già nelle carte che fondarono la candidatura della città a capitale europea della cultura. “Pasolini”, si legge in quei documenti, “scelse Matera per ambientare Il Vangelo secondo Matteo non solo per il suo sole ferocemente antico, che somigliava a quello di Gerusalemme, ma per la bellezza e la storia che vi si respiravano, in quel connubio eccezionale di natura e cultura che fa dei nostri Sassi il paesaggio unico al mondo che tutti conoscono”.

Fu però lo stesso Pasolini a spiegare, nei Sopralluoghi in Palestina e altrove, la complessità delle motivazioni che lo spinsero a cercare in Basilicata ciò che non trovò in Terra Santa. E naturalmente quelle ragioni non hanno nulla a che fare con il “connubio eccezionale di natura e cultura” ma nascono da una critica feroce a un certo genere di modernità che all’epoca aveva già toccato Gerusalemme e che appare molto simile a quella che adesso ha aggredito i Sassi. Pasolini, insomma, oggi Matera non avrebbe potuto sceglierla poiché la nuova città incarna oramai l’antitesi stessa delle ragioni che portarono qui il set del Vangelo secondo Matteo. Ma tant’è. In questo 2019 Pasolini a Matera è stato costantemente evocato, sorvolando ineffabilmente sul senso delle sue parole, ancora oggi in rivolta.

L’intellettuale assente
Alla fine, l’intero racconto della nuova Matera è stato costruito con un entusiasmo panglossiano che ha attraversato anche i mezzi d’informazione nazionali. A esso s’è unita una folla di scrittori, musicisti, attori, registi che si sono messi in posa di fronte ai Sassi, e poi li hanno rapidamente coperti con la loro ombra, riscrivendone il senso e offrendolo infine agli italiani, molti dei quali sino a ieri di Matera non sapevano.

Sono invece mancate grandi figure, come fu quella di Adriano Olivetti quando nacque la Matera moderna. Per rendersene conto basta guardare i 56 disegni politici di Carlo Levi pubblicati tra il 1947 e il 1948 sul quotidiano L’Italia Socialista e messi ora in mostra a palazzo Lanfranchi. Quei disegni, spiega Lorenzo Rota, presidente del Centro Carlo Levi, “registrano il passaggio cruciale che porterà, a partire dal 1949, alcuni protagonisti di quella stagione all’impegno nella ‘politica del fare’”, che proprio a Matera ebbe esiti molto importanti. “Se noi materani siamo ciò che siamo”, ricorda Rota, “lo dobbiamo a Carlo Levi, Adriano Olivetti, Manlio Rossi Doria e a molti di coloro che gravitavano attorno a quella rivista”.

Ma, appunto, in questi anni è andata diversamente. Sono clamorosamente mancati proprio coloro – gli intellettuali – che avrebbero dovuto cogliere con anticipo un processo del quale invece hanno finito per diventare parte.

Alla fine, è difficile dar torto a Goffredo Fofi quando, nel suo ultimo libro L’oppio del popolo, scrive che in Italia “c’è una complicità di fatto, di tutti, non solo degli intellettuali, con lo stato di cose presente” e che “ciò che è cambiato nelle società a cui apparteniamo è l’adesione di quasi tutti allo stato delle cose vigente, l’assenza di ribellione e, perlopiù, della coscienza stessa del dominio. E certamente il grande inganno messo in atto dal potere è stato quello della ‘cultura’”. Ma viene in mente anche una strepitosa intervista a Mario Monicelli sul conformismo.

“Da queste parti”, ricorda Doria, “è stata trovata una balena che visse nel pleistocene, quando iniziò a emergere la terra che allora era il fondo del mare. Il posto più alto di Matera è la Civita, la zona della cattedrale. Quel lembo di roccia forse all’epoca si addormentava col canto delle balene”. E invece oggi Matera appare stordita da parole già usate altrove e che già la tradiscono. Scendendo nelle sue viscere non si è più travolti dall’emozione struggente d’esser come Heinrich Schliemann che scopre Troia.

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