16 novembre 2020 11:37

Alle 11.30 di lunedì 27 luglio 2020 Fabio Giannetti, delegato sindacale alla Yokohama di Ortona ha chiamato il responsabile del personale Marco Aquino. Voleva discutere del premio di produzione stabilito dopo che le stime sul bilancio del 2019 lasciavano prevedere di chiudere in pareggio, grazie a un piano di contenimento delle spese e di taglio dei costi concordato con i sindacati che aveva consentito di azzerare i 2,6 milioni di euro persi nel 2018. “Gli ho detto che dovevamo vederci per cambiare alcune cose nell’accordo prima di sottoporlo ai lavoratori per il voto”, racconta. Aquino ha acconsentito, dandogli appuntamento per il mercoledì successivo.

Mezz’ora più tardi, nell’ufficio del personale, Stefania Tucci era alle prese con il conto delle presenze e con i pagamenti del mese mentre due sconosciuti, un uomo e una donna, si sono infilati nella stanza di Aquino, accanto alla sua. Li ha osservati per un attimo, poi è tornata al suo lavoro. Nello stesso momento, nell’ufficio acquisti Luigi Di Medio stava ultimando gli ordini per settembre. Tre giorni dopo la fabbrica abruzzese di tubi di gomma per il trasporto di petrolio avrebbe chiuso per le vacanze estive e lui doveva fare in modo che tutto fosse pronto per il giorno della riapertura. Dalla sua postazione ha visto i due sconosciuti infilarsi nella stanza di fronte e si è domandato chi fossero.

Quel giorno, nella fabbrica di Ortona lavoravano una quindicina di dipendenti su 84, meno del solito perché molti erano stati messi in cassa integrazione a causa del covid-19. Quattro di loro erano impegnati su una gru, a diversi metri di altezza, per riparare una centralina elettrica saltata a causa delle infiltrazioni d’acqua provocate da un temporale estivo. Per aggiustare il danno, avevano chiesto anche l’intervento di una ditta esterna, che aveva inviato alcuni elettricisti. Nessuno di loro ha notato l’uomo e la donna sconosciuti entrare in azienda.

I due sconosciuti
Appena rientrato dalla pausa pranzo, verso le 13.30, il tecnico informatico Nunzio Iocco ha dovuto rispondere alle lamentele dei dipendenti che segnalavano il mancato funzionamento della posta elettronica. Una delle prime a sospettare che qualcosa non andava è stata Stefania Tucci. “Mi sono accorta che non riuscivo più a entrare nella mia email aziendale, era la prima volta che succedeva”, racconta.

Iocco ha pensato che l’azienda britannica che gestiva il server stesse facendo un aggiornamento del sistema. “Mi ha risposto che avrebbe controllato e che probabilmente di lì a poco la posta avrebbe ripreso a funzionare”, dice Di Medio, che non riusciva a spedire gli ordini di settembre. Iocco stava per chiamare, ma ha dovuto rinviare la telefonata perché dall’ufficio del personale l’hanno convocato per una riunione d’urgenza.

Il presidio degli operai e dei sindacati davanti alla fabbrica, Ortona, 5 ottobre 2020. A sinistra, Nicola Lanaro Chiola, operaio; a destra, il delegato sindacale Francesco Patrizi. (Sergio Camplone per Internazionale)

Alle 13.50 il ruolo dell’uomo e della donna sconosciuti si è definito. Erano due avvocati della multinazionale di servizi Ernst&Young, esperti in ristrutturazioni aziendali, e avevano appena invitato i sindacati territoriali e Confindustria a una conference call immediata. Alle 14.10, quando si è aperta la porta dell’ufficio del responsabile del personale, Di Medio ha visto uscire Aquino insieme ai due avvocati. Cinque minuti dopo, i due operai addetti alla manutenzione che in quel momento si trovavano sul cestello in cima alla gru, l’ortonese Pasquale D’Agostino e il napoletano Vincenzo Salzano, sono stati invitati a scendere dal capo produzione Fabio Di Giacomo perché, ricordano, “dovevamo ascoltare una comunicazione importante”.

“Abbiamo pensato che fosse accaduto qualcosa di grave a qualche collega”, dice D’Agostino. Insieme agli altri due manutentori, Nicola Lanaro Chiola e Gaetano Di Guglielmo, si sono avviati verso il luogo della riunione, ignari della tempesta che li attendeva, ben più violenta di quella che pochi giorni prima aveva fatto esplodere la centralina elettrica.

Tutto il personale quel giorno in servizio era stato radunato in un capannone dismesso. Erano le 14.20 quando Aquino, affiancato dai due avvocati inviati dalla Yokohama, ha laconicamente comunicato che la fabbrica era stata messa in liquidazione. Quando gli è stato chiesto da quando, ha risposto “con effetto immediato”, aggiungendo che la chiusura era stata decisa per motivi economici e che “avevamo mezz’ora di tempo per tornare nei nostri uffici, prendere gli effetti personali e lasciare lo stabilimento”, ricorda Di Medio. Salzano è sbottato in un urlo disperato, dicendo “non è possibile, e ora cosa faccio?”. Qualcun altro ha preteso spiegazioni, mentre D’Agostino ha domandato “perché non avete ceduto l’azienda a qualcun altro prima di chiudere, come in passato?”. È volata pure qualche parola grossa, poi la riunione si è chiusa. Alle 14.30 era tutto finito.

“Un’azione cilena”
Il sindacalista Giannetti stava per mettersi a tavola con la famiglia quando ha sentito squillare il telefono. Dall’altra parte del filo c’era il segretario regionale della Uiltec Riccardo Di Feo, che aveva appena partecipato alla conference call con i legali della Yokohama e voleva parlare con lui e con l’altro rappresentante sindacale Francesco Patrizi, che a casa sua a Pescara stava per andare a riposare. “Mi ha consigliato di sedermi e di stare calmo perché doveva dirmi una cosa importante, poi mi ha detto che lo stabilimento avrebbe chiuso nel giro di mezz’ora”, ricorda Giannetti. “Pensavo che mi stesse chiamando per fissare la data della votazione sul premio di produzione e mi sono chiesto perché avesse tanta fretta, visto che eravamo alla vigilia delle vacanze”, spiega Patrizi.

Chiusa la telefonata, entrambi si sono precipitati allo stabilimento. Giannetti, che abita a pochi chilometri di distanza, è arrivato per primo. Gli operai erano ancora dentro a sistemare le loro cose negli zaini e negli scatoloni. Nel frattempo, c’era chi avvisava la famiglia e chi chiamava i compagni in cassa integrazione, ignari di tutto. “Ho incrociato Aquino e gli avvocati nel parcheggio, gli ho chiesto un documento che provasse la liquidazione, ma mi hanno risposto di non avere nulla in mano”, racconta. Con il senno di poi, il rappresentante sindacale della Yokohama crede che non gli abbiano dato niente “perché c’era il blocco dei licenziamenti deciso dal governo per l’emergenza covid e dunque non volevano mostrare nulla di ufficiale per paura che lo impugnassimo”.

Patrizi è arrivato una ventina di minuti più tardi, verso le 15, in tempo per vedere uscire i lavoratori con le loro cose, in fila uno dietro l’altro “come i dipendenti di Wall street all’indomani del fallimento della Lehman Brothers, nel 2008”. Anche lui ha incontrato Aquino: “Mi ha detto che era finita e che gli toccava preparare le lettere di licenziamento”.

Il presidio degli operai e dei sindacati davanti alla fabbrica, Ortona, 5 ottobre 2020. A sinistra, il braccio di Francesco Patrizi; a destra, un operaio. (Sergio Camplone per Internazionale)

Una volta svuotata la fabbrica, Iocco è stato richiamato all’interno per spegnere i computer e il server, staccando letteralmente la spina alla fabbrica dove aveva lavorato negli ultimi vent’anni. La rimozione è stata così forte che la mattina seguente si è svegliato “pensando che dovevo ancora risolvere il guasto alle email”, ricorda. Solo allora ha scoperto che, tra mezzogiorno e le due del pomeriggio del giorno prima, il vicepresidente dello stabilimento abruzzese, l’inglese Steve Johnson, aveva bloccato le password di tutti i dipendenti.

Alle 17 erano tutti radunati davanti ai cancelli, operai al lavoro e cassintegrati, ad attendere che uscisse il capo del personale, sorvegliati con discrezione dagli agenti della Digos. Aquino non si è sottratto alle domande dei dipendenti. “Ci ha detto, con emozione e un po’ di paura, che gli dispiaceva per tutto, che lui qui a Ortona si trovava bene, ma purtroppo non c’era più niente da fare e non ci restava altro da fare che cercare di ottenere una compensazione economica”, riassume Patrizi. In appena tre ore la serrata era un fatto compiuto.

I lavoratori la definiscono “un’azione cilena”. “Sono stati dei barbari, non avrei mai immaginato che potessero comportarsi in questo modo”, dice Di Medio. Riuniti in assemblea, hanno deciso che da lì non si sarebbero mossi finché non avessero ottenuto risposte più precise e qualche prospettiva per il loro futuro.

Paura per il futuro
Li ritrovo ancora lì, quasi tre mesi dopo in una calda giornata di ottobre, seduti a semicerchio attorno a un banchetto messo in piedi a fianco dell’ingresso principale. Ben distanziati e con la mascherina sul volto, sono pronti a raccontare le loro storie. “Ho vent’anni di esperienza, sono passato dall’Alcatel alla Parker e poi alla Yokohama, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista, siamo stati trattati come numeri”, esordisce Alessandro Costantini, cinquant’anni, una moglie casalinga e tre figli da mantenere.

“Mi sono sentita come se venisse meno un pezzo di me, ora sono pessimista e non mi fido più di nessuno”, si sfoga Tucci, che sostiene di aver provato dispiacere, più che rabbia, per quello che le è capitato. Quando entrò in fabbrica, a sostituire il padre pensionato, aveva poco più di vent’anni e ora, venticinque anni dopo, non riesce a immaginarsi il futuro.

Ortona, 5 ottobre 2020. A sinistra, Paolo Tacconelli, operaio; a destra, l’interno del gabbiotto di sorveglianza aziendale. (Sergio Camplone per Internazionale)

L’età media dei lavoratori si aggira sui 45 anni, più di uno tra loro ha superato la cinquantina e tutti temono che, con la crisi provocata dal covid-19, se la fabbrica non dovesse trovare un acquirente entro la fine del 2020, quello che li attende sono due anni di disoccupazione retribuita e poi chissà cosa. Hanno affisso ai cancelli, tuttora presidiati dalla sorveglianza aziendale, striscioni di protesta e una lunga fila di magliette grigie sulle quali hanno stampato i loro nomi.

A turno, i manutentori entrano all’interno per tenere accesi i macchinari ed evitarne l’usura in vista di una possibile ripartenza che, se dovesse esserci, sarà con altri proprietari e con numeri, salari e condizioni di lavoro tutte da ridefinire. Nel piazzale esterno rimangono accatastate una sull’altra, a piramide, diciotto condotte destinate alla compagnia saudita Aramco, che insieme all’americana Chevron era tra i loro clienti più importanti. Nessuno sa dire se e quando saranno consegnate.

Pandemia o opportunismo?
All’indomani della chiusura, il ministero dello sviluppo economico ha deciso di convocare i vertici della Yokohama per chiedergli conto di una decisione così repentina. La riunione è avvenuta il 2 settembre in videoconferenza. Matteo Pollaroli, uno dei due avvocati arrivati a Ortona la mattina del 27 luglio per chiudere la fabbrica, ha dichiarato che la proprietà ha deciso di cessare la produzione perché le proiezioni sul loro andamento erano negative e ha annunciato l’apertura della procedura di licenziamento collettivo per cessazione di attività. Il vicepresidente di Yokohama Europa, Tetsuya Tamaki, ha aggiunto che la fabbrica era in perdita da tempo nonostante il taglio dei costi e per questo l’azienda ha deciso di chiuderla.

Tra i motivi della crisi, l’azienda ha citato la pandemia, il blocco del mercato mondiale dei trasporti e il crollo del prezzo del petrolio. “In realtà, hanno svalutato il patrimonio tanto da causare una perdita di due milioni e mezzo di euro”, accusa Giannetti. I dipendenti della Yokohama di Ortona ritengono che la multinazionale avesse pianificato la chiusura almeno da quando nel 2017 aveva aperto un’altra filiale a Singapore. “Già da qualche tempo buona parte della produzione era stata delocalizzata in Indonesia e noi ci limitavamo a venderla, trattenendo una percentuale”, prosegue il sindacalista, per il quale “i giapponesi hanno preso i clienti e le tecnologie migliori che avevamo e se ne sono andati”.

La Yokohama non ha lasciato alcuno spiraglio per un ripensamento. Ha rifiutato perfino di estendere la cassa integrazione per covid-19 sostenendo che si trattava di un aiuto di stato. Ha dovuto però accettare la richiesta del governo di aspettare almeno fino al 7 dicembre in modo da vedere se si farà avanti un compratore disposto a rilevare lo stabilimento, i macchinari e un imprecisato numero di dipendenti. Il 23 settembre sono partite le lettere di licenziamento collettivo. Nelle scorse settimane si sono fatti avanti in tre. Il primo compratore si è ritirato subito, gli altri due sono l’Alfagomma di Teramo e l’Interpump di Reggio Emilia. I sindacati hanno visto e discusso i loro piani industriali, e hanno dato la loro preferenza all’Alfagomma. L’azienda vorrebbe mantenere la produzione di tubi in gomma e dedicarsi anche alla fabbricazione di prodotti per le navi e di scooter elettrici, attività che assorbirebbero 150 lavoratori. La trattativa è in corso, l’obiettivo è raggiungere un accordo entro la fine dell’anno.

Da un computer appoggiato su un banchetto davanti ai cancelli, Patrizi mi mostra un video che racconta la storia dello stabilimento. Fondato nel 1969, si chiamava Interplast e produceva cavi elettrici. Nel tempo ci sono stati numerosi cambi di proprietà. Nel 2014 è arrivata la Yokohama. Le foto della festa per i cinquant’anni dell’azienda, nel 2019, testimoniano un’atmosfera completamente diversa. Ci sono lavoratori vecchi e nuovi, l’ingegnere ultranovantenne che progettò l’impianto, Lorenzo Bazzurro, e il vicepresidente Tamaki che riceve sorridendo una targa dai suoi dipendenti. Gli fu consegnato anche un libro fotografico che documentava la costruzione dello stabilimento. “Per noi sono come le foto fatte a un figlio appena nato”, gli disse l’ex responsabile del personale Fernando Lupone.

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“Un tempo queste terre erano tutte ricoperte da vigneti della mia famiglia”, racconta Paolo Tacconelli. Nel 1969 non era ancora nato, mentre suo padre e lo zio barattarono la cessione dei terreni con l’assunzione nello stabilimento. Per loro ma anche per i loro discendenti, dunque anche per lui.

Paolo Tacconelli era stato assunto nel 1993, quando il padre andò in pensione, e si occupò da subito della preparazione dei raccordi, vale a dire la parte finale dei tubi. Per 27 anni, ogni giorno, si è affacciato dal terrazzo di casa e ha guardato lo stabilimento, dall’altro lato della strada, in questa zona industriale di Ortona dove le fabbriche abbandonate rischiano di avere la meglio su quelle aperte. Non è più così convinto che, sul lungo periodo, quella di suo padre sia stata la scelta migliore.