13 maggio 2016 10:51

Impettito, camicia fuori dai pantaloni, passeggia sul palco senza meta. Il pubblico lo applaude, si aspetta un altro slogan, più reboante del precedente. Lui non può deluderli: “Non sono in vendita!”, “Amatevi, non odiate!”. Si rivolge a una donna, seduta in prima fila sulla sua carrozzella: “Ti hanno detto che non conti, ma per me conti moltissimo!”. Il finale è in crescendo: “Renzi, vai a casa. Devi avere paura. Ti devi cagare sotto!”.

Chi non ha dimestichezza con le performance del sindaco di Napoli, sarà forse rimasto sconcertato dalla foga oratoria di Luigi de Magistris, immortalata in un video che, naturalmente, ha fatto il giro del web. Ma dopo cinque anni di videomessaggi, autointerviste e invettive a braccio, nella sua città la tirata dal palco del Palapartenope è sembrata a molti la naturale evoluzione di uno stile, se non proprio di un progetto politico; solo un po’ sopra le righe rispetto al solito, per onorare un’occasione importante come l’apertura della campagna elettorale per le prossime comunali del 5 giugno.

Fin dal suo insediamento De Magistris ha usato intenzionalmente le tecnologie della comunicazione, il linguaggio diretto, talvolta l’estremismo verbale, quasi a voler scavalcare così le questioni spinose presenti nell’agenda di governo, forse insuperabili sul terreno della concretezza. Con un lessico pararivoluzionario, eppure più politico di quello attuale, ha ragionato nei suoi primi anni da sindaco di consulte popolari e assemblee municipali, partecipazione dei cittadini e apertura dei palazzi delle istituzioni.

Poi, con il progressivo ridimensionamento di questi orizzonti, i proclami sono diventati più radicali, ma sempre più slegati dai fatti. Gli ultimi mesi di frenetico presenzialismo possiamo considerarli una lunga volata per conquistare la posizione preminente nella campagna in corso, dove il sindaco uscente, come ha già dimostrato cinque anni fa, può mettere in campo un’energia e una capacità di empatia con gli elettori che gli avversari si sognano.

La sfida è aperta

Se consideriamo i numeri, i sondaggi non promettono nulla di nuovo. Nel 2011 la partita si chiuse al ballottaggio: lo sfidante Gianni Lettieri fu quasi doppiato (il 34 per cento contro il 65 per cento) dall’ex pm, che ribaltò l’esito del primo turno. Anche oggi De Magistris è in vantaggio, ma non lontanissimi ci sono proprio Lettieri e, subito dopo, il candidato cinque stelle, Matteo Brambilla.

Lettieri, sostenuto da Forza Italia, è “l’imprenditore scugnizzo”, come recita il titolo di una sua biografia. Ex presidente degli industriali napoletani, capo piuttosto blando dell’opposizione in consiglio comunale, è patron di Atitech, l’azienda che provvede alla manutenzione degli aeromobili nello scalo di Capodichino. Il cuore della sua attività è però la finanziaria Meridie, che torna periodicamente nelle cronache per vicende giudiziarie di cui sono protagonisti i suoi soci o per qualche investimento finito male.

L’apertura della campagna elettorale di Gianni Lettieri, candidato a sindaco di Napoli per il centrodestra, il 30 aprile 2016. (Giulio Piscitelli, Contrasto)

Il linguaggio da bar del sindaco è in linea con i toni di una campagna che ha visto sin dall’inizio ciascun candidato additare e schernire i propri avversari. De Magistris ha chiesto controlli antiriciclaggio per Atitech; Lettieri ha paragonato il sindaco a un incrocio “tra Goebbels e Stalin”. Stando così le cose, i programmi elettorali bisogna rintracciarli tra i proclami. Lettieri promette telecamere in ogni angolo della città, il raddoppio del numero di autobus e l’addestramento di trecento super poliziotti per pattugliare la metropoli.

La giunta De Magistris ha approvato in extremis una delibera sul reddito di cittadinanza, ma senza specificare dove troverà le risorse per finanziarla. Lettieri si è detto pronto a collaborare con Renzi per il risanamento dell’area ex Italsider di Bagnoli. De Magistris ha finora disertato gli appuntamenti con il primo ministro, costruendo su questo dualismo un’identità forte, perfetta per essere impiegata nella corsa al secondo mandato.

Dopo il disastro dell’emergenza rifiuti di qualche anno fa, il Pd fatica a ritrovare, in città, il filo del discorso

È dietro nei sondaggi invece la candidata del Partito democratico (Pd) Valeria Valente. Il suo partito, dopo il disastro dell’emergenza rifiuti di qualche anno fa, che ha sancito tra l’altro la fine politica di Antonio Bassolino, fatica a ritrovare, in città, il filo del discorso. E così il primo sfidante di Valente, nelle primarie di marzo per designare il candidato sindaco, è stato proprio Bassolino, ritornato in pista dopo qualche anno di intensa attività sui social network e in assenza di volti nuovi proposti dal partito.

La differenza l’hanno fatta ancora una volta i suoi antichi luogotenenti, che nel frattempo, però, hanno spostato le proprie tessere, con i rispettivi pacchetti di voti, dalla parte di Valente. Le immancabili accuse di brogli, che cinque anni fa valsero l’annullamento delle primarie e la conseguente candidatura del carneade Mario Morcone alla poltrona di sindaco, stavolta non hanno scalfito le certezze della commissione di garanzia del partito, che ha respinto per ben tre volte il ricorso di Bassolino confermando la vittoria della sua antica seguace.

Valente, avvocata quarantenne ed ex deputata, dovrebbe essere il nuovo che avanza. La sua carriera politica è cominciata più di vent’anni fa: consigliera comunale nell’ultima amministrazione Bassolino (1997/2000), assessora al turismo e ai tempi della città con Rosa Russo Jervolino (2006/2011), Valeria Valente prova a giocare la carta del rapporto privilegiato con il governo in carica come fattore determinante per “attrarre fondi”. Bassolino, che con De Magistris condivide la repulsione nei confronti dei vertici del Pd, potrebbe dirottare i propri voti verso Lettieri, pur di non vedere Valente con la fascia tricolore.

Ombre sul voto

Matteo Brambilla, il candidato per il Movimento 5 stelle (M5s), è un ingegnere brianzolo dall’accento indecifrabile, emigrato – per amore – a Napoli nel 2006. Vive a Chiaiano, periferia settentrionale, dove negli anni scorsi ha partecipato alle proteste contro la discarica. Ha vinto le consultazioni sul sito del partito con meno di trecento voti. “Sono più napoletano di alcuni napoletani”, ha detto in un’intervista. I punti forti del programma sono quelli stabiliti dalla rete. Si parla di ambiente, trasparenza, di più asili. Dopo una partenza aggressiva, con insulti da saloon rivolti agli avversari politici, l’ingegnere sembra essersi un po’ tranquillizzato e si candida – realisticamente – a diventare il personaggio da corteggiare in vista del ballottaggio.

Cinque anni fa il tema della campagna elettorale era quasi obbligato: come uscire dall’emergenza rifiuti che aveva esposto la città a una gogna prolungata sui media di tutto il mondo. Oggi che la situazione si è lentamente stabilizzata – in città la differenziata ha raggiunto il 30 per cento, lontano comunque dal 70 per cento promesso da De Magistris il giorno dell’investitura – le questioni più delicate restano ai margini.

La riconversione delle aree industriali procede a macchia di leopardo, per piccolissime isole, e quasi sempre per iniziativa privata. La città metropolitana è stata istituita per legge ma è lontana dall’essere operativa, e in tante occasioni, per esempio nella dislocazione della popolazione rom, un coordinamento delle decine di comuni dell’hinterland appare indispensabile e urgente. Ma sono soprattutto il dato abnorme della disoccupazione giovanile e la riproduzione incessante di gruppi criminali, sempre più frammentati e imprevedibili, le ombre che aleggiano minacciose intorno a ogni discorso, rendendo vacillante ogni proposta, ogni buona intenzione.